Talco innocente, missili fotonici e capre parlanti


“Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria… se l’assaggi o la respiri ti da’ subito l’allegria!”
cantava Pollon la protagonista del noto cartone animato.
Vi siete mai chiesti cosa significasse questa frase? Io no.
Le mie orecchie hanno sempre ascoltato la canzoncina senza domandarsi cosa fosse quella magica polverina salvo poi scoprire, in età adulta, che probabilmente faceva riferimento alla cocaina…
Cocaina?! Ma come spiegare la presenza di un nesso così esplicito in un prodotto per bambini?
“I cartoni animati sono scritti da adulti che scrivono dal loro punto di vista” mi è stato risposto per spiegare il tutto. Resta il fatto che un bravo autore, a mio parere, deve necessariamente tenere conto di chi è il destinatario del suo prodotto e regolarsi di conseguenza. Che sia allora un espediente escogitato per rendere il processo creativo più divertente, mi sono detta, un modo per evadere dalla solita routine quotidiana inserendo contenuti che, a seconda del bagaglio culturale e dell’età dei destinatari, verranno letti in maniera diversa e… poi vedere di nascosto l’effetto che fa’!
Nel caso di Pollon pare che una volta sopraggiunta la consapevolezza della possibile interpretazione della filastrocca, questa fosse diventata un tormentone tale da rendere impossibile qualsiasi modifica o eliminazione.
Che sia dunque da archiviare come un momento di incoscienza autoriale?
Sono stata forse l’unica bambina al mondo che non ha capito la natura della polverina?
Dal momento che non credo questo mi rimane la perplessità per quello che ritengo essere un brutto tiro giocato a discapito del pubblico dei più piccoli.
Alla luce di queste considerazioni ho passato in rassegna i miei cartoni animati preferiti alla ricerca di esempi simili e mi sono resa conto che in reltà alcuni di essi sarebbero stati maggiormente adatti ad un pubblico disposto dei mezzi per decodificarli.
Penso per esempio alla storia di Georgie innamorata dei due fratelli (in realtà, come poi si scoprirà, lei era stata adottata) nella quale sono state censurate alcune scene di nudo ritenute troppo esplicite e mi chiedo quale fosse il messaggio implicito in questa scelta autoriale anche se probabilmente era solo un espediente per rendere più avvincente la trama. E il pubblico a cui è destinata la storia passa in secondo piano?
Che dire poi di Lady Oscar tutto incentrato sulla complessa personalità della protagonista che essendo stata allevata come un maschio non riesce a gestire il suo essere donna: “[…] il buon padre voleva un maschietto ma, ahimè, sei nata tu; nella culla ha messo un fioretto Lady dal fiocco blu…[…]” cantava la sigla.
Magari oggi Lady Oscar avrebbe scelto di fare un intervento chirurgico per diventare un uomo a tutti gli effetti, ma poi che fine avrebbe fatto la sua storia d’amore con Andrè che contribuirà a farle accettare ed amare la sua parte femminile?
Che senso ha quindi oggi gridare allo scandalo ed invocare la censura quando, in pellicole destinate ad un pubblico adulto, sono presenti scene di sesso esplicito, o pretendere dalla televisione di segnalare tramite i bollini colorati il tenore dei propri film quando poi, coloro che dovrebbero essere maggiormente tutelati, vengono lasciati soli a guardare i cartoni animati proprio perché ritenuti adatti a loro?.
Come spiegare il “trauma infantile” di chi, dopo aver guardato per anni il robot Venus Alfa i cui seni lanciavano missili fotonici, è stato accompagnato per lungo tempo dal pensiero fisso di petti potenzialmente esplosivi al primo tocco? Beh, potremmo archiviare l’episodio come parte di un momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e paragonarlo al superamento dell’altra ben nota paura maschile di diventare ciechi laddove si fosse indugiato in troppo sesso fai da te.
Ma il tanto decantato concetto di tutela dei minori che si erge spesso e volentieri anche quando non serve, non esisteva nei favolosi anni ‘80?
Come è possibile che adulti scrivessero storie destinate ai più piccoli così emancipate?
Quali riscontri può avere oggi un giudizio di merito del tipo: i cartoni di una volta erano migliori di quelli odierni che invece sono violenti, diseducativi e troppo espliciti. Ne siamo proprio sicuri?
Io penso di essere cresciuta invece con cartoni animati per adulti che però decodificavo, visto il mio cervello di bambina, fino ad un certo punto.
Chissà se i loro messaggi latenti sono rimasti nella mia mente pur se non completamente decodificati…
Forse possiamo considerare queste opere un modo per prepararci alla futura vita da adulti.
A questo proposito mi viene in mente un altro protagonista della mia infanzia: Lupin III; ancora ricordo il risentimento che mi nasceva spontaneo ogni volta che lo guardavo. Detestavo la sua faccia da schiaffi, la sua spavalderia e provavo una pena immensa per il povero Ispettor Zenigata che ogni volta vedevo soccombere alle sue astuzie.
Alla fine di ogni episodio mi chiedevo il perché di quell’ingiustizia, e cercavo di capire come mai, quello che io ritenevo il cattivo, aveva sempre la meglio. Ma non erano i buoni e dunque la giustizia a dover trionfare sempre?
Oggi mi rendo conto che forse non avevo compreso il significato profondamente realistico di quella storia, forse Lupin raccontava in maniera lieve quanto la vita fosse ingiusta e come il bene non sempre trionfasse che, oltre al bianco e nero, esistevano anche altre sfumature di colori.
A questo filone di cartoni “preparatori alla vita” sento di accomunare quelli che io definivo depressivi (quelli appartenenti al genere sojo manga) seguiti nella maggior parte dei casi da un pubblico femminile: forse già allora la cultura maschio-centrica ci preparava la nostro futuro ruolo nella società! Ricordo ancora il groppo in gola e le lacrime che puntualmente mi assalivano alla fine di un episodio su due. Sono arrivata a somatizzarli al punto che, al solo udire la sigla, cambiavo canale e optavo per storie di robot e/o supereroi nelle quali a vincere erano sempre i buoni, con buona pace della mia emotività e del mio senso di giustizia.
Mi riferisco ai vari Anna dai capelli rossi, Heidi (con il senno di adesso mi verrebbe da dire che magari lei invece della polverina conosceva l’LSD visto che le sorridevano i monti e le caprette le facevano ciao!); Dolce Remì, Belle e Sebastien ed il più recente Lovely Sara.
Un discorso più approfondito meriterebbe Candy Candy definita “Un autentico drammone stile feuilleton di fine ‘800” ed ancora “la storia della più travagliata eroina dei cartoni degli anni 80”, stiamo parlando di un vero e proprio romanzo animato diviso in 115 episodi. Molti di questi cartoni erano infatti tratti da libri; i loro protagonisti erano orfani con storie tristi alle spalle, vivevano avventure travagliate costellate di lutti, malvagità e terribili peripezie fino al finale che, nella maggior perte dei casi, era consolatorio.
In questo genere è più facile interpretare le scelte autoriali poichè ricordano romanzi che hanno popolato la mia infanzia come Piccole donne, David Copperfield, Le avventure di Oliver Twist, Pollyanna, I ragazzi della via Pal. Qui il realismo ed il pathos emotivo sono tali da portare lo spettatore/lettore all’identificazione con il/la protagonista con lo scopo di prepararlo a quello che dovrebbe essere il loro messaggio ultimo: la vita è dura certo, ma chi la dura la vince.

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Digressione

1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. gigicabiddubrau
    Dic 24, 2011 @ 21:29:19

    non ho mai amato i cartoni……..appena avrò letto il tuo pezzo potrò dirti di più.

    buone feste cara

    Rispondi

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