Avventure romane: La pineta

Adesso so che avevo scelto quella casa per la pineta; perchè passando con l’autobus ogni mattina potevo illudermi che là dietro, oltre la fila di pini e la collina, là dove non si vedeva niente tranne il cielo, ci fosse il mare…
L’orizzonte infinito che con nostalgia rimembravo.

Quell’angolo di verde dietro casa mi permetteva di illudermi di essere da un’altra parte, ancora immersa nel verde della campagna ad ascoltare i suoni e gli odori antichi della mia terra.

Il caos cittadino, una volta oltrepassato il semaforo e imboccato il sentiero polveroso,sembrava attenuarsi fino quasi a scomparire.
E’ stato con un po’ di dispiacere che ho varcato il confine immaginario del mio orizzonte per ritrovarmi davanti la cupola di San Pietro e l’antenna di Radio Maria una delle poche radio, ahimè, che prendo benissimo nella mia piccola stanzetta.

Una volta trasferita immaginavo di camminarci tutte le mattine per andare in ufficio salvo poi rendermi conto che essendo troppo caldo avrei dovuto rimandare il tutto alla fine dell’estate quando le temperature sarebbero state più miti.

Per ora amo passeggiarci al rientro dal lavoro per scaricare un po’ di tensione ed odorare il profumo di pino che mi riporta con il pensiero alla mia duna ed alle sfumature meravigliose del mare di un blu, verde e azzurro talmente limpido ed intenso che il ricordo a volte è struggente.

La domenica la pineta è un melting pot di razze e culture: si organizzano barbecue all’aperto per arrostire carne o pesce, i membri più giovani della comunità sudamericana ballano al suono di musiche tradizionali mentre i più anziani li osservano chiacchierando seduti sotto gazebo allestiti per l’occasione.

La comunità asiatica porta tavolini e sedie e gioca a majiong con le tessere in osso, un gruppo di donne musulmane conversa animatamente mentre vigila sui bambini che corrono qua e là nel parco giochi.

Amanti e/o forzati del fitness corrono più’ o meno felici tra gli alberi accompagnati dai loro fedeli amici che finalmente possono scorrazzare liberi e beati. Nella parte dedicata agli attrezzi da palestra dove c’e’ sempre qualcuno che suda, anche nelle ore più impensate.

Coppie punk bevono birra sedute su alcuni tronchi mentre coppiette appartate fanno il loro picnic con tanto di tovaglia a quadretti e cestino.

Sembra di stare in un’oasi fuori dal tempo e dallo spazio: lontana dal caos cittadino, gli autobus che si vedono in lontananza e superata la collina non si sentono neanche più.

Mi piace sedermi su una panchina a guardare le persone che passano davanti inconsapevoli di condividere un pezzo della loro vita con me.

Due amici corrono e fissano il seno ondeggiante della ragazza che incrociano per poi voltarsi a guardare insistentemente anche il suo didietro.

Tre signore anziane discutono della spesa appena fatta mentre riposano sedute sulla panchina di fronte con le buste poggiate accanto ai piedi.

Un ragazzo si avvicina ad una ragazza di fronte alla biblioteca e le dice: sei carina… lei lo ringrazia e va via abbassando lo sguardo; beh sarà per un’altra volta.

Una coppia di anziani passeggia tenendosi a braccetto mentre il cagnolino scodinzola felice accanto a loro.

Una ragazza cicciotta arranca sudando copiosamente mentre corre con i piedi a ore dieci e dieci.

Alcuni uomini musulmani seminascosti all’ombra di piante di fico osservano da lontano le loro donne velate senza però staccare gli occhi dalle altre donne dal corpo svelato.

Io li osservo e immagino…

Invisible Children & Kony 2012 Campain

  1. Tutto è cominciato così: mi hanno mandato questo video, non avevo la più pallida idea di cosa fosse così, prima di iniziare a vederlo ho letto la descrizione.


    “KONY 2012 is a film and campaign by Invisible Children that aims to make Joseph Kony famous, not to celebrate him, but to raise support for his arrest and set a precedent for international justice. “

    Che traducendolo in Italiano suona così:
    “Kony 2012 è un film ed una campagna di Invisible Children che vuole rendere Joseph Kony famoso, non per celebrarlo, ma per “sollevare” il supporto per il suo arresto e creare un precedente per la giustizia internazionale”.
    La domanda successiva è stata: chi è questo Joseph Kony? A questo punto ho iniziato a guardare il film.

  2. Alla fine del film una serie di emozioni: sconcerto, commozione, sorpresa, dolore ed infine entusiasmo… proprio così: senso di partecipazione per una causa lontana, in un paese di cui non so nulla, un’azione in nome di qualcosa che mi pareva imprescindibile. A questo punto sono andata sul sito della campagna Cover the night – 20 th April Kony 2012 per pianificare la mia azione, e dare il mio contributo. 

    Il passo successivo è stato la condivisione di tutto ciò con i miei contatti Fb, cercavo una squadra di persone che mi appoggiasse e contribuisse all’azione. Ed è stato proprio uno dei miei contatti a mettermi in allarme: “attenta, tempo fa avevano parlato della storia dei bambini soldato ed era nata una polemica”. 
    Non può essere una bufala dico io, tutto troppo ben fatto ma nel dubbio mi sono attivata in rete e questo è quello che ho trovato:
  3. Dalla lettura degli articoli italiani e del video di risposta mi sembra di capire che le critiche mosse alla Ong si possano riassumere in:

     – i milioni di euro raccolti vengono spesi per la realizzazione dei video e per attività che non riguardano la beneficenza in senso stretto

    – Invisible children (da qui in poi IC) supporta il governo del presidente Museveni, al potere da oltre 25 anni, con un regime oppressivo da molti considerato dittatoriale.
    A questo punto leggo anche le repliche di IC e decido di approfondire le critiche che gli vengono mosse.
  4. Secondo questo Blogger il film si “risolve in un falso grossolano” perchè ”
    Kony si può definire come un signore della guerra africano sulla piazza da più di vent’anni” […] 
    a cui ” non corre dietro nessuno e che Invisible Children, che ha immediatamente ottenuto il sostegno di milioni di persone commosse e di celebrità che si sono messe in coda senza saperne nulla, usa il video anche per far pressione sull’amministrazione americana affinché non ritiri il centinaio di “consiglieri militari” che dovrebbero aiutare il regime ugandese a combattere Kony, che però in Uganda non c’è più da anni.”

    Non capisco bene il punto, il documentario è un falso perché in realtà quest’uomo è al potere da più di 20 anni e perché ora non è più in Uganda. Entrambe le questioni vengono però descritte nel documentario dove  il fatto che lui sia ancora al potere viene spiegato con la mancanza di interesse del resto del mondo (e gli Africani che fanno? Perché dobbiamo essere sempre “noi occidentali” a salvarli?); che sia scappato dall’Uganda è vero ma non significa che non stia continuando con i suoi misfatti come ben spiegato in questo articolo di un ex bimbo soldato (ora adulto) che però con crede che la via giusta sia quella militare.
  5. “Since 1989 the government of Uganda has consistently used military campaigns against Kony including major operations like Operation Iron Fist (2001) and Lightning Thunder (2008 – 2009). Operation Lightning Thunder was highly expected to end the war by either capturing Kony alive in his haven in the Congo or killing him. It was carried out by the armed forces of Uganda, the Democratic Republic of Congo, and South Sudan with technical support from the United States government — and still it failed. Instead of ending the war, Lightning Thunder spread the LRA’s atrocities to the Central African Republic as Kony relocated there. The only known result of a decade’s worth of military attacks on Kony is the dispersal of his forces into smaller groups, resulting in new atrocities on civilians including the 2004 Baralonyo attack in the Lira district of Uganda, the Kanga Pa-aculu attack in Pader district, and many others. It is also well known that a majority of the LRA’s soldiers are abducted children, and that he uses these abducted children as human a shields. As a result, any attack will be on the abducted children.”
    Questa testimonianza solleva un’altra questione: quella dell’Uganda che pare emergere dal documentario come un paese vittima che ha subito la situazione perché non aveva le forze per cambiarla. In questo senso ritengo sia molto interessante la risposta di rosebell83 una giornalista-blogger Ugandese: 
  6. Share
  7. Quello che emerge dal video i sostanza è la visione semplicistica fatta dal documentario da cui non emergono le realtà “underground” che stanno cercando di combattere la situazione dall’interno, come se l’Africa ogni volta aspettasse l’uomo bianco per essere salvata. Va bene attirare l’attenzione ma ergersi a unico salvatore contro il nemico nero è fuori luogo. Concetto ripreso anche nell’articolo qui in basso:
  8. Altre reazioni ugandesi che colgono nel segno sono qui:
  9. Emergono poi temi come quello del nuovo colonialismo:  “…The way the campaign is presented–led by a white man’s voice, with groups of predominantly white American activists juxtaposed with survivors/victims who are African–paints a picture of neo-colonialism” .
  10. Viene inoltre ripresa la critica sul fatto che, nel documentario, venga del tutto ignorato il tema di quello che fanno le popolazioni locali:

    “Invisible Children asked viewers to seek the engagement of American policymakers and celebrities, but – and this is a major red flag – it didn’t introduce them to the many Northern Ugandans already doing fantastic work both in their local communities and in the diaspora. It didn’t ask its viewers to seek diplomatic pressure on President Museveni’s administration.” 
    Musa Okwongo per The Independent

    Ci pensa però il blogger Grant Oyston di Visible Children a pubblicare una lista di organizzazioni che operano nell’Africa centrale in alternativa a IC
  11. Lo stesso blogger continua con i dubbi già espressi in merito a bilanci e azioni effettive a sostegno delle popolazioni ugandesi. 
  12. Associated Press sullo stesso tema scrive: “Invisible Children posted rebuttals to the criticism on its website, saying that it has spent about 80 percent of its funds on programs that further its mission, about 16 percent on administration and management, and about 3 percent on fundraising. The group said its accountability and transparency score is currently low because it has four independent voting members on its board of directors and not five, but that it is seeking to add a fifth.” 
  13. Il giornalista ugandese Angelo Izama scrive: “This is because these campaigns are disempowering of their own voices. After all the conflict and suffering is affecting them directly regardless of if they hit the re-tweet button or not. At the end of the day the Kony2012 campaign will not make Joseph Kony more famous but it will make Invisible Children famous. It will also make many, including P.Diddy, feel like they have contributed some good to his capture- assuming Kony is even alive. For many in the conflict prevention community including those who worry about the militarization of it in Central Africa this campaign is just another nightmare that will end soon. Hopefully.”  
  14. Maria Burnett, senior researcher presso lo Human Rights Watch, Africa Division, ha dichiarato: “The US, as far as we know, is trying to advise on how to apprehend, or remove from the battlefield, Kony and his leadership, I have some concerns about what the US longer term plans are and what kind of exit strategy they may or may not have, but working to apprehend LRA leaders and protect civilians is crucial.”
  15. Per quanto riguarda l’altra critica circa l’appoggio di IC al governo dittatoriale Ugandese su questo blog si legge: “Il gruppo di Kony è sulla lista dei terroristi internazionali dal 2001 e sono vent’anni che prospera razziando villaggi e sequestrando bambini che usa a volte come combattenti, ma più spesso come schiavi di un gruppo di fanatici che compiono massacri ed eccidi in nome di Dio. Si poteva far fuori da tempo, ma evidentemente la sua presenza era tanto utile alla propaganda a protezione del regime ugandese, che anche ora che Koni non c’è più, il suo nome e le sue gesta vengono evocate perché gli Stati Uniti continuino a fornire assistenza militare e copertura diplomatica a uno dei peggiori regimi africani o ai suoi vicini, come nel caso del Congo che, investito dalle razzie della banda, ha subito ricevuto offerte per lo stesso genere d’assistenza.”


    E sempre Grant Oyston su Visible children scrive:
  16. A queste affermazioni IC risponde sulla sua pagina così: 

    “We do not defend any of the human rights abuses perpetrated by the Ugandan government or the Ugandan army (UPDF). None of the money donated through Invisible Children ever goes to the government of Uganda. Yet the only feasible and proper way to stop Kony and protect the civilians he targets is to coordinate efforts with regional governments. “

    “Invisible Children’s mission is to stop Joseph Kony and the LRA wherever they are and help rehabilitate LRA-affected communities. The Ugandan government’s army, the UPDF, is more organized and better equipped than that of any of the other affected countries (DRC, South Sudan, CAR) to track down Joseph Kony. Part of the US strategy to stop Kony is to encourage cooperation between the governments and armies of the 4 LRA-affected countries. “
  17. Siamo arrivati al punto delle conclusioni.

    In realtà la questione è complessa, anche perché quello che ho postato è ovviamente una selezione di quello che ho trovato e letto. Di fronte a questa vicenda che mi aveva così entusiasmato, mi sono sentita in dovere di approfondire per capire realmente almeno i tratti principali della vicenda.
    Adesso ho un’idea abbastanza articolata di quello che è accaduto, e ancora accade in Uganda.
    Vorrei chiudere con una riflessione su una considerazione di Grant Oyston su Visible children.

  18. Secondo lui il messaggio che si trae dal documentario è “Anybody can change the world, and it’s easy”.

    Grant afferma che ciò è scorretto, bisognerebbe piuttosto dire che “Anybody can change the world, but it’s difficult. And you should do it anyway.” 

    Io ho un’altra versione invece “Anybody can change the world but we must work together”.
    Penso che sia questo il messaggio del documentario.
    E’ vero che è semplicistico, occidental-centrico e non da il giusto spazio ai veri protagonisti della storia; ma è riuscito ad essere visto da 7 milioni di individui nel mondo che hanno già fatto, e spero faranno ancora qualcosa, per far conoscere questa storia a sempre più persone possibile. 
    IC vuole fermare l’orrore in Uganda e per farlo ha scelto di far leva sulle emozioni. 
    Ha usato una lettura al contrario del concetto di fama. 
    Cosa comporta essere famosi? Essere sotto l’occhio di tutti ed essere giudicati.
    E’ stata questa lettura originale che mi ha spinto a vedere questo documentario oggi e l’aver fatto leva su emozioni positive quali condivisione, sogni, azione e cambiamento mi ha spinto a guardarlo fino alla fine. 
    E’ diverso, diverso dalle solite (passatemi il termine) lagne sul continente africano, la fame e le sue stragi. Con tutti i limiti del punto di vista di un regista occidentale che vuol sempre (o fa’ finta di) voler salvare il mondo.
    In questo caso sono convinta che valga il detto per il quale nel bene o nel male l’importante è che se ne parli. E poi, come avete potuto leggere, tante persone di nazionalità ed estrazione diversa, hanno contribuito a porre i giusti accenti sui temi più controversi, e sulle incongruenze svegliandoci dal torpore dell’ignoranza sulla vicenda.
    Ritengo che l’obiettivo primario di Jason Russell fosse la condivisone e la consapevolezza riguardo alla situazione in Uganda. Una consapevolezza tanto intensa da costringere lo spettatore all’azione; per fare questo si è mosso secondo le nuove regole di questa era social e ha colto nel segno.

Talco innocente, missili fotonici e capre parlanti


“Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria… se l’assaggi o la respiri ti da’ subito l’allegria!”
cantava Pollon la protagonista del noto cartone animato.
Vi siete mai chiesti cosa significasse questa frase? Io no.
Le mie orecchie hanno sempre ascoltato la canzoncina senza domandarsi cosa fosse quella magica polverina salvo poi scoprire, in età adulta, che probabilmente faceva riferimento alla cocaina…
Cocaina?! Ma come spiegare la presenza di un nesso così esplicito in un prodotto per bambini?
“I cartoni animati sono scritti da adulti che scrivono dal loro punto di vista” mi è stato risposto per spiegare il tutto. Resta il fatto che un bravo autore, a mio parere, deve necessariamente tenere conto di chi è il destinatario del suo prodotto e regolarsi di conseguenza. Che sia allora un espediente escogitato per rendere il processo creativo più divertente, mi sono detta, un modo per evadere dalla solita routine quotidiana inserendo contenuti che, a seconda del bagaglio culturale e dell’età dei destinatari, verranno letti in maniera diversa e… poi vedere di nascosto l’effetto che fa’!
Nel caso di Pollon pare che una volta sopraggiunta la consapevolezza della possibile interpretazione della filastrocca, questa fosse diventata un tormentone tale da rendere impossibile qualsiasi modifica o eliminazione.
Che sia dunque da archiviare come un momento di incoscienza autoriale?
Sono stata forse l’unica bambina al mondo che non ha capito la natura della polverina?
Dal momento che non credo questo mi rimane la perplessità per quello che ritengo essere un brutto tiro giocato a discapito del pubblico dei più piccoli.
Alla luce di queste considerazioni ho passato in rassegna i miei cartoni animati preferiti alla ricerca di esempi simili e mi sono resa conto che in reltà alcuni di essi sarebbero stati maggiormente adatti ad un pubblico disposto dei mezzi per decodificarli.
Penso per esempio alla storia di Georgie innamorata dei due fratelli (in realtà, come poi si scoprirà, lei era stata adottata) nella quale sono state censurate alcune scene di nudo ritenute troppo esplicite e mi chiedo quale fosse il messaggio implicito in questa scelta autoriale anche se probabilmente era solo un espediente per rendere più avvincente la trama. E il pubblico a cui è destinata la storia passa in secondo piano?
Che dire poi di Lady Oscar tutto incentrato sulla complessa personalità della protagonista che essendo stata allevata come un maschio non riesce a gestire il suo essere donna: “[…] il buon padre voleva un maschietto ma, ahimè, sei nata tu; nella culla ha messo un fioretto Lady dal fiocco blu…[…]” cantava la sigla.
Magari oggi Lady Oscar avrebbe scelto di fare un intervento chirurgico per diventare un uomo a tutti gli effetti, ma poi che fine avrebbe fatto la sua storia d’amore con Andrè che contribuirà a farle accettare ed amare la sua parte femminile?
Che senso ha quindi oggi gridare allo scandalo ed invocare la censura quando, in pellicole destinate ad un pubblico adulto, sono presenti scene di sesso esplicito, o pretendere dalla televisione di segnalare tramite i bollini colorati il tenore dei propri film quando poi, coloro che dovrebbero essere maggiormente tutelati, vengono lasciati soli a guardare i cartoni animati proprio perché ritenuti adatti a loro?.
Come spiegare il “trauma infantile” di chi, dopo aver guardato per anni il robot Venus Alfa i cui seni lanciavano missili fotonici, è stato accompagnato per lungo tempo dal pensiero fisso di petti potenzialmente esplosivi al primo tocco? Beh, potremmo archiviare l’episodio come parte di un momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e paragonarlo al superamento dell’altra ben nota paura maschile di diventare ciechi laddove si fosse indugiato in troppo sesso fai da te.
Ma il tanto decantato concetto di tutela dei minori che si erge spesso e volentieri anche quando non serve, non esisteva nei favolosi anni ‘80?
Come è possibile che adulti scrivessero storie destinate ai più piccoli così emancipate?
Quali riscontri può avere oggi un giudizio di merito del tipo: i cartoni di una volta erano migliori di quelli odierni che invece sono violenti, diseducativi e troppo espliciti. Ne siamo proprio sicuri?
Io penso di essere cresciuta invece con cartoni animati per adulti che però decodificavo, visto il mio cervello di bambina, fino ad un certo punto.
Chissà se i loro messaggi latenti sono rimasti nella mia mente pur se non completamente decodificati…
Forse possiamo considerare queste opere un modo per prepararci alla futura vita da adulti.
A questo proposito mi viene in mente un altro protagonista della mia infanzia: Lupin III; ancora ricordo il risentimento che mi nasceva spontaneo ogni volta che lo guardavo. Detestavo la sua faccia da schiaffi, la sua spavalderia e provavo una pena immensa per il povero Ispettor Zenigata che ogni volta vedevo soccombere alle sue astuzie.
Alla fine di ogni episodio mi chiedevo il perché di quell’ingiustizia, e cercavo di capire come mai, quello che io ritenevo il cattivo, aveva sempre la meglio. Ma non erano i buoni e dunque la giustizia a dover trionfare sempre?
Oggi mi rendo conto che forse non avevo compreso il significato profondamente realistico di quella storia, forse Lupin raccontava in maniera lieve quanto la vita fosse ingiusta e come il bene non sempre trionfasse che, oltre al bianco e nero, esistevano anche altre sfumature di colori.
A questo filone di cartoni “preparatori alla vita” sento di accomunare quelli che io definivo depressivi (quelli appartenenti al genere sojo manga) seguiti nella maggior parte dei casi da un pubblico femminile: forse già allora la cultura maschio-centrica ci preparava la nostro futuro ruolo nella società! Ricordo ancora il groppo in gola e le lacrime che puntualmente mi assalivano alla fine di un episodio su due. Sono arrivata a somatizzarli al punto che, al solo udire la sigla, cambiavo canale e optavo per storie di robot e/o supereroi nelle quali a vincere erano sempre i buoni, con buona pace della mia emotività e del mio senso di giustizia.
Mi riferisco ai vari Anna dai capelli rossi, Heidi (con il senno di adesso mi verrebbe da dire che magari lei invece della polverina conosceva l’LSD visto che le sorridevano i monti e le caprette le facevano ciao!); Dolce Remì, Belle e Sebastien ed il più recente Lovely Sara.
Un discorso più approfondito meriterebbe Candy Candy definita “Un autentico drammone stile feuilleton di fine ‘800” ed ancora “la storia della più travagliata eroina dei cartoni degli anni 80”, stiamo parlando di un vero e proprio romanzo animato diviso in 115 episodi. Molti di questi cartoni erano infatti tratti da libri; i loro protagonisti erano orfani con storie tristi alle spalle, vivevano avventure travagliate costellate di lutti, malvagità e terribili peripezie fino al finale che, nella maggior perte dei casi, era consolatorio.
In questo genere è più facile interpretare le scelte autoriali poichè ricordano romanzi che hanno popolato la mia infanzia come Piccole donne, David Copperfield, Le avventure di Oliver Twist, Pollyanna, I ragazzi della via Pal. Qui il realismo ed il pathos emotivo sono tali da portare lo spettatore/lettore all’identificazione con il/la protagonista con lo scopo di prepararlo a quello che dovrebbe essere il loro messaggio ultimo: la vita è dura certo, ma chi la dura la vince.

Digressione

N.d.A.

Questo blog non è una testata giornalistica e viene aggiornato quando posso; è frutto esclusivo della mia Immaginazione per cui nomi, personaggi luoghi e avvenimenti sono fittizi o usati in modo fittizio.

Se volete citarne i testi, vi chiedo di aggiungere il nome dell’autore o il link al sito; io faccio lo stesso.

Le immagini usate provengono principalmente dal web pertanto laddove violassi qualche diritto d'autore scrivetemi pure nei commenti e risolveremo la cosa.

Buona Lettura!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: