8 Marzo

Durante l’adolescenza attendevamo con una certa aspettativa questa giornata come un’occasione codificata per trascorrere una serata con le amiche, quelle che vedevi solo a scuola perché magari non erano del tuo paese, e con cui avresti voluto passare più tempo insieme. Era infatti difficile che un genitore negasse l’uscita alla propria figlia proprio in quella occasione!

Nel corso degli anni ho iniziato a maturare un’avversione istintiva per questa ricorrenza, al di là del piacere effimero di ricevere quelle belle mimose colorate, (meglio se raccolte piuttosto che pagate a peso d’oro).

Così ho iniziato a considerarla sempre di più, oltre che un affare di business, una sorta di contentino, un mezzo per addolcirci, perpetrato e dall’universo maschile, e da noi stesse con questo voler festeggiare a tutti i costi sopra le righe scambiandoci auguri reciproci; ma auguri per cosa? Per il fatto di essere donne?

Ma perché devo festeggiare il mio essere donna, forse gli uomini lo fanno? Hanno una giornata a loro dedicata?

E perché provo una sensazione come di concessione fattaci?

Le concessioni normalmente arrivano da chi ti “autorizza” a fare qualcosa, quindi siamo state autorizzate a festeggiarci; forse è un promemoria affinché in questa giornata le donne vengano considerate in maniera diversa?

A questo proposito mi viene in mente che “Solo nel 2011, in base al monitoraggio fatto da E-Il mensile nell’osservatorio Casa dolce Casa, sono 97 le donne uccise da uomini che conoscevano, che hanno amato e di cui si fidavano. I dati pubblicati, in mancanza di ricerche ufficiali, sono estrapolati da notizie di stampa, e ogni settimana confermano la gravità di questa emergenza.”

Non intendo affermare che questa sia l’unica realtà ma mi chiedo perché il sesso a cui appartengo debba essere spesso considerato alla stregua di un oggetto da esibire, mutilare, o annientare.

Dicono che si celebra la giornata dedicata alla donna per ricordare al mondo ciò che abbiamo conquistato e ciò di cui siamo vittime; beh vorrei che, come per gli uomini, non ce ne fosse più bisogno, significherebbe che finalmente abbiamo ottenuto il rispetto che ci spetta, che ci è sempre spettato.



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Digressione

#FreeRossella

by Bruno Olivieri

 Ci sono donne straordinarie che non fanno niente per essere notate
con grande cuore donano la propria vita agli altri. 
Manteniamo viva l’attenzione su Rossella Urru, 
i media non lo fanno, facciamolo noi.
(cit. dal blog di Sabina Ancarola)
La Storia*

Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre Rossella Urru ed altri due cooperanti spagnoli (Ainhoa Fernandez de Rincon, dell’Associazione amici del popolo saharawi, e Enric Gonyalons, dell’organizzazione spagnola Mundobat)  sono stati rapiti da uomini armati, arrivati a bordo di diversi pick-up. Originaria della provincia di Oristano, Rossella Urru, 29 anni, e’ rappresentante della ONG Comitato Italiano Sviluppo dei Popoli (Cisp) e lavora da due anni nel campo profughi Saharawi di Rabuni, nel sud ovest dell’Algeria,  coordinando  un progetto finanziato dalla Comunità europea.
Rossella si occupava di rifornimenti alimentari, predisponeva la distribuzione con particolare riguardo alle necessità di donne e bambini. Rossella  Urru  e’ laureata in Cooperazione Internazionale presso la  facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna,  proprio con una tesi sul popolo Saharawi.
Dalla notte del sequestro non si hanno avuto notizie di Rossella Urru fino al mese di dicembre quando un gruppo dissidente dell’Aqmi (Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya ) ha rivendicato il rapimento. Ancora ostaggi.
Grazie a rapporti personali col popolo tuareg da parte del consigliere regionale Claudia Zuncheddu, sappiamo che Rossella è viva e che si  trova in un territorio desertico quasi inaccessibile, crocevia di interessi contrastanti fra governi e movimenti, dove ovviamente assume rilevante importanza l’intreccio delle funzione di mediazione di soggetti diversi. I sequestratori mirano ad un riscatto per acquistare armi necessarie alla loro lotta per l’indipendenza. Il governo algerino, che conosce il territorio desertico a palmi, tuttavia non e’ favorevole alla mediazione con riscatto visto che sarebbe il destinatario di una insurrezione armata da parte del fronte del Polisario armato. In aggiunta il governo francese, spinto da mire neocolonialiste, e’ fortemente interessato alla liberazione forzata dei ragazzi sequestrati, mettendo così a rischio la loro incolumità.
Sono passati 117 giorni dal suo sequestro e rivendichiamo la sua liberazione, il silenzio che la circonda e’ assordante.
Lasciamo ai servizi ed alle ambasciate rispettivi ruoli e rispettiamo il desiderio dei familiari di mantenere basso il profilo sulle trattative tuttavia dobbiamo fare in modo che si parli di questo sequestro per  spingere le nostre amministrazioni, i nostri governi e quanti piu’ Stati possibile ad intraprendere azioni diplomatiche per la liberazione di Rossella.
Forse i suoi sequestratori fanno paura ai diplomatici.
Forse il sequestro e’ capitato in un momento storico in cui tutte le attenzioni dei governi sono rivolte allo spread, ai bund, alle borse, ai mercati ed alle finanze.
Forse e’ capitato proprio quando in Italia si e’ verificato un cambio traumatico di governo e si affronta una crisi economica gravissima.
Ma non si puo’ perdere altro tempo e tutti noi dobbiamo chiedere a gran voce che le autorità competenti rivolgano la massima attenzione al problema della liberazione di Rossella.
Il nostro appello e’ rivolto alle organizzazioni, alle ambasciate, ai mediatori, ai servizi ed ai governi, centrale e regionale, perchè utilizzino tutti i mezzi e tutte le strategie possibili per riportare Rossella a casa quanto prima.
Il fratello di Rossella dice : “le parole cedono di fronte a tanto assurdo, si sgonfiano e sembrano afone . Eppure, in questa vibrante impotenza in cui ci troviamo, sono quel poco che ci è concesso, un nonnulla che tenta di colmare un abisso e una distanza insospettati; che riescono appena a tenerci in piedi, a farci avanzare”.
Parliamo di Rossella fino a diventare afoni anche noi, parliamo di lei e di questo popolo abbandonato nel mondo che lei ha voluto aiutare nonostante i troppi rischi.

* DonneViola

Per informazioni piu’ dettagliate e per le testimonianze di alcuni eventi per la liberazione di Rossella  rimandiamo ai  link di articoli pubblicati nel blog “DonneViola”.

http://donneviola.wordpress.com/2011/12/13/liberate-rossella-urru/
http://donneviola.wordpress.com/2012/02/01/per-fare-rete/
http://donneviola.wordpress.com/2012/01/31/violeta-martin-pedregal-per-rossella-urru-ainhoa-fernandez-de-rincan-e-enric-gonyalons/
http://donneviola.wordpress.com/2012/01/24/vespagiro-per-rossella-urru/

I familiari hanno aperto un blog per raccogliere lettere, documenti, testimonianze o articoli di stampa per mantenere viva l’attenzione sul sequestro:
www.rossellaurru.it.


Queste le due pagine facebook  dedicate alla richiesta di liberazione di Rossella:
https://www.facebook.com/groups/rossellalibera/
https://www.facebook.com/pages/Vogliamo-Rossella-Urru-e-i-colleghi-Spagnoli-liberi-sani-e-salvi/239516446106962

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Altre iniziative e notizie che ho trovato:

29 Febbraio Blogging Dayhttp://sabrinaancarola.blogspot.com/2012/02/appello-tutti-i-blogger.html?spref=fb

Chiediamo ai comuni italiani di appendere uno striscione entro l’8 Marzo: http://www.progettieducativi.com/rossella-cosa-fare

Spazio del Tg3 dedicato a Rossella: http://www.rai.it/dl/tg3/focus/articoli/ContentItem-bce7206e-8c1a-414b-9a5e-84782cfe32c1.html

Iniziative in Rete: http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-1d515e01-f0fb-42db-8914-25898c0c002a.html

Articolo di Marcello Fois: http://www.rossellaurru.it/article-articolo-di-marcello-fois-sardegna24-27-dicembre-2011-95836080.html#fromTwitter

Appello di Geppi Cucciari a Sanremo 2012: http://www.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-4e772c6d-9098-4a66-87f5-027ce3ffd9bb.html

Appello del Popolo Viola: http://violapost.wordpress.com/2012/02/17/siamo-tutti-rossella-urru-diffondete-importante/

Digressione

Defraudati

Ci hanno rubato tutto: il passato il presente ed il futuro.
Da adolescenti ci vedevamo laureati, con un lavoro appassionante, sposati e con figli… più o meno in quest’ordine.
Siamo arrivati alla laurea.

Di lavori ne abbiamo cambiati diversi ed il resto delle nostre vite è stato un continuo inizio, svolgimento e fine, e poi nuovo inizio svolgimento e fine, come nei libri.

Dopo un’infanzia felice, circondati da famiglie più o meno benestanti che hanno cercato di darci tutto quello che desideravamo -proprio per non farci “patire” quello che avevano sofferto loro- ci siamo ritrovati laureati, in cerca di lavoro e di realizzazione.
Questo accadeva più o meno 10 anni fa.

I favolosi anni ’80 ci hanno cresciuti nella certezza di un futuro roseo dopo gli anni bui del terrorismo, delle contestazioni dure e della lotta. Sono stati gli anni della “quiete dopo la temepsta”.
Il benessere ci sembrava condiviso e collettivo, le libertà ormai raggiunte e la politica lontana e poco interessante.

Degli anni ’90 ricordiamo la tanta televisione (soprattutto quella commerciale che su di noi esercitava un certo appeal), il successo facile, (vedi le varie ninfette, i tronisti, il Grande Fratello etc etc) e la politica sempre più lontana ed incomprensibile.
Ad ogni apparire di politici nei telegiornali il rigetto era quasi automatico: tanto dicevano sempre le stesse cose che comunque non ci interessavano.

Invece ci coinvolgeva la morbosità ed il piacere voyeuristico con cui ci si faceva gli affari degli altri: non più solo negli incontri tra amici ma in pubblico, in televisione e poi nel mondo.
Sono gli anni dei “panni sporchi da lavare in piazza.”
Non ricordiamo grosse cause per cui lottare, ideali o movimenti particolari, però rammentiamo benissimo i fatti di cronaca nera dei quali conoscevamo spesso tutti i particolari più macabri e perversi.
Avevamo una certezza: il futuro ci aspettava, il mondo era nostro!

Da allora ci siamo reinventati continuamente in vari ruoli -più o meno attinenti ai percorsi di studi- e luoghi (Italia, estero, ancora Italia); abbiamo avuto almeno una esperienza nei call center, (imprenscindibile oramai!) e nonostante tutto abbiamo mantenuto la speranza e la convinzione che prima o poi avremmo raggiunto l’obiettivo… fino ad ora.

Oggi ci guardiamo intorno e vediamo che molti nostri coetanei (che magari non si sono laureati) hanno scelto un posto dove vivere e messo su famiglia con annessi e connessi.
Noi siamo nella maggior parte dei casi single o con un quasi marito/moglie, sul filo di un quasi lavoro, in attesa di un quasi domani al quale non crediamo più.

Non ci ricordiamo più cosa sognavamo, molti di noi sono tornati a casa dei genitori (dopo anni di quasi-indipendenza economica) in attesa di riandare via.

Nel frattempo proviamo a studiare ed aggiornarci per capire il presente e recuperare gli anni perduti a cullarci nell’illusione di un futuro che oggi non riusciamo neanche ad immaginare.

Ciò che pensavamo non ci riguardasse è oggi diventato fondamentale: la consapevolezza di quello che ci circonda. E non solo dal punto di vista politico, ma anche ambientale, etico e del lavoro.

Solo qualche anno fa pensavamo che fosse lì, pronto dietro l’angolo; ovviamente facile da ottenere perché avevamo raggiunto il top dell’istruzione: una laurea, magari una o più esperienze all’estero e invece, abbiamo scoperto che non ci vogliono. Di laureati non sanno che farsene: pretendono troppo, non si adattano, se la “tirano” e sono dei piantagrane. Questo pensano e dicono molti datori di lavoro, senza neanche troppi giri di parole.

Intorno a noi non vediamo nulla, non riconosciamo più il mondo, né quello in cui abbiamo vissuto né quello in cui stiamo vivendo. Ci sembra di essere vittime di un grande bluff.

Quelli che si risvegliano da questo subdolo inganno sono oggi le Cassandre del 21° secolo: inascoltate ed incomprese.

Finita l’illusione che ci ha accompagnato fino a ieri, ci siamo destati in un pianeta bistrattato e malato che grida aiuto da ogni dove, in una società corrotta fin nel midollo che ieri ancora avvallavamo pensando che fosse l’unico sistema possibile, fino a quando la società da noi creata e tanto decantata non ci è esplosa in faccia.

Sembriamo non capire che non è più possibile che qualcosa non ci tocchi, che qualcun altro sia responsabile al posto nostro.
L’onda d’urto di ogni gesto, da quello del singolo a quelli delle comunità, si riflette a livello globale con delle conseguenze spesso enormi, che in molti casi ci sono taciute ed in altri non comprendiamo fino in fondo per cui deleghiamo…

Ma la verità è che siamo terrorizzati.
Abbiamo ereditato macerie, sotto ogni punto di vista.
Ci guardiamo intorno e non sappiamo da dove cominciare per curare i danni che sono stati fatti, troppo grandi ed estesi, e noi ci sentiamo un puntino nell’universo che rischia di annullarsi di fronte all’immensità del Male che è stato inflitto e di cui noi ci siamo resi complici più o meno consapevoli.

Digressione

Talco innocente, missili fotonici e capre parlanti


“Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria… se l’assaggi o la respiri ti da’ subito l’allegria!”
cantava Pollon la protagonista del noto cartone animato.
Vi siete mai chiesti cosa significasse questa frase? Io no.
Le mie orecchie hanno sempre ascoltato la canzoncina senza domandarsi cosa fosse quella magica polverina salvo poi scoprire, in età adulta, che probabilmente faceva riferimento alla cocaina…
Cocaina?! Ma come spiegare la presenza di un nesso così esplicito in un prodotto per bambini?
“I cartoni animati sono scritti da adulti che scrivono dal loro punto di vista” mi è stato risposto per spiegare il tutto. Resta il fatto che un bravo autore, a mio parere, deve necessariamente tenere conto di chi è il destinatario del suo prodotto e regolarsi di conseguenza. Che sia allora un espediente escogitato per rendere il processo creativo più divertente, mi sono detta, un modo per evadere dalla solita routine quotidiana inserendo contenuti che, a seconda del bagaglio culturale e dell’età dei destinatari, verranno letti in maniera diversa e… poi vedere di nascosto l’effetto che fa’!
Nel caso di Pollon pare che una volta sopraggiunta la consapevolezza della possibile interpretazione della filastrocca, questa fosse diventata un tormentone tale da rendere impossibile qualsiasi modifica o eliminazione.
Che sia dunque da archiviare come un momento di incoscienza autoriale?
Sono stata forse l’unica bambina al mondo che non ha capito la natura della polverina?
Dal momento che non credo questo mi rimane la perplessità per quello che ritengo essere un brutto tiro giocato a discapito del pubblico dei più piccoli.
Alla luce di queste considerazioni ho passato in rassegna i miei cartoni animati preferiti alla ricerca di esempi simili e mi sono resa conto che in reltà alcuni di essi sarebbero stati maggiormente adatti ad un pubblico disposto dei mezzi per decodificarli.
Penso per esempio alla storia di Georgie innamorata dei due fratelli (in realtà, come poi si scoprirà, lei era stata adottata) nella quale sono state censurate alcune scene di nudo ritenute troppo esplicite e mi chiedo quale fosse il messaggio implicito in questa scelta autoriale anche se probabilmente era solo un espediente per rendere più avvincente la trama. E il pubblico a cui è destinata la storia passa in secondo piano?
Che dire poi di Lady Oscar tutto incentrato sulla complessa personalità della protagonista che essendo stata allevata come un maschio non riesce a gestire il suo essere donna: “[…] il buon padre voleva un maschietto ma, ahimè, sei nata tu; nella culla ha messo un fioretto Lady dal fiocco blu…[…]” cantava la sigla.
Magari oggi Lady Oscar avrebbe scelto di fare un intervento chirurgico per diventare un uomo a tutti gli effetti, ma poi che fine avrebbe fatto la sua storia d’amore con Andrè che contribuirà a farle accettare ed amare la sua parte femminile?
Che senso ha quindi oggi gridare allo scandalo ed invocare la censura quando, in pellicole destinate ad un pubblico adulto, sono presenti scene di sesso esplicito, o pretendere dalla televisione di segnalare tramite i bollini colorati il tenore dei propri film quando poi, coloro che dovrebbero essere maggiormente tutelati, vengono lasciati soli a guardare i cartoni animati proprio perché ritenuti adatti a loro?.
Come spiegare il “trauma infantile” di chi, dopo aver guardato per anni il robot Venus Alfa i cui seni lanciavano missili fotonici, è stato accompagnato per lungo tempo dal pensiero fisso di petti potenzialmente esplosivi al primo tocco? Beh, potremmo archiviare l’episodio come parte di un momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e paragonarlo al superamento dell’altra ben nota paura maschile di diventare ciechi laddove si fosse indugiato in troppo sesso fai da te.
Ma il tanto decantato concetto di tutela dei minori che si erge spesso e volentieri anche quando non serve, non esisteva nei favolosi anni ‘80?
Come è possibile che adulti scrivessero storie destinate ai più piccoli così emancipate?
Quali riscontri può avere oggi un giudizio di merito del tipo: i cartoni di una volta erano migliori di quelli odierni che invece sono violenti, diseducativi e troppo espliciti. Ne siamo proprio sicuri?
Io penso di essere cresciuta invece con cartoni animati per adulti che però decodificavo, visto il mio cervello di bambina, fino ad un certo punto.
Chissà se i loro messaggi latenti sono rimasti nella mia mente pur se non completamente decodificati…
Forse possiamo considerare queste opere un modo per prepararci alla futura vita da adulti.
A questo proposito mi viene in mente un altro protagonista della mia infanzia: Lupin III; ancora ricordo il risentimento che mi nasceva spontaneo ogni volta che lo guardavo. Detestavo la sua faccia da schiaffi, la sua spavalderia e provavo una pena immensa per il povero Ispettor Zenigata che ogni volta vedevo soccombere alle sue astuzie.
Alla fine di ogni episodio mi chiedevo il perché di quell’ingiustizia, e cercavo di capire come mai, quello che io ritenevo il cattivo, aveva sempre la meglio. Ma non erano i buoni e dunque la giustizia a dover trionfare sempre?
Oggi mi rendo conto che forse non avevo compreso il significato profondamente realistico di quella storia, forse Lupin raccontava in maniera lieve quanto la vita fosse ingiusta e come il bene non sempre trionfasse che, oltre al bianco e nero, esistevano anche altre sfumature di colori.
A questo filone di cartoni “preparatori alla vita” sento di accomunare quelli che io definivo depressivi (quelli appartenenti al genere sojo manga) seguiti nella maggior parte dei casi da un pubblico femminile: forse già allora la cultura maschio-centrica ci preparava la nostro futuro ruolo nella società! Ricordo ancora il groppo in gola e le lacrime che puntualmente mi assalivano alla fine di un episodio su due. Sono arrivata a somatizzarli al punto che, al solo udire la sigla, cambiavo canale e optavo per storie di robot e/o supereroi nelle quali a vincere erano sempre i buoni, con buona pace della mia emotività e del mio senso di giustizia.
Mi riferisco ai vari Anna dai capelli rossi, Heidi (con il senno di adesso mi verrebbe da dire che magari lei invece della polverina conosceva l’LSD visto che le sorridevano i monti e le caprette le facevano ciao!); Dolce Remì, Belle e Sebastien ed il più recente Lovely Sara.
Un discorso più approfondito meriterebbe Candy Candy definita “Un autentico drammone stile feuilleton di fine ‘800” ed ancora “la storia della più travagliata eroina dei cartoni degli anni 80”, stiamo parlando di un vero e proprio romanzo animato diviso in 115 episodi. Molti di questi cartoni erano infatti tratti da libri; i loro protagonisti erano orfani con storie tristi alle spalle, vivevano avventure travagliate costellate di lutti, malvagità e terribili peripezie fino al finale che, nella maggior perte dei casi, era consolatorio.
In questo genere è più facile interpretare le scelte autoriali poichè ricordano romanzi che hanno popolato la mia infanzia come Piccole donne, David Copperfield, Le avventure di Oliver Twist, Pollyanna, I ragazzi della via Pal. Qui il realismo ed il pathos emotivo sono tali da portare lo spettatore/lettore all’identificazione con il/la protagonista con lo scopo di prepararlo a quello che dovrebbe essere il loro messaggio ultimo: la vita è dura certo, ma chi la dura la vince.

Digressione

Impressioni novembrine

Novembre è notoriamente identificato come il mese dei morti.
E’ il mese dei crisantemi, quelle meraviglie colorate che i fiorai ti vendono come fiori “dei defunti”, messi a dimora nelle aiuole a decorare gioiosamente l’ingresso del cimitero.

Così, una volta all’anno (e meno male!), armati di lumini e fiori il punto di incontro comunitario si sposta fuori dal paese, alle porte del camposanto.

Se ci si va per otto giorni consecutivi inclusa messa e comunione quotidiana, l’indulgenza è conquistata per te e per i tuoi cari defunti che, laddove fosse necessario, saltano il purgatorio e assurgono direttamente in paradiso.

Lì, operosamente, ognuno cura la tomba familiare facendo a gara a mettere i fiori più belli ed il maggior numero di lumini.
Ora va di moda la foto a colori impressa su forme di ceramica che sembrano pergamene o libri; qui il defunto si staglia su improbabili sfondi che spaziano dal mare, al tramonto (il più quotato); le montagne innevate, i prati verdi e per finire bianchi cavalli al galoppo (sul modello di quello del pino silvestre per intenderci). Una vera sciccheria!

Ci sono poi i balconcini di marmo o granito che iniziano ad affacciarsi impertinenti in molti loculi allo scopo di contenere ancora più fiori, lumini e oggetti vari; giustamente, il solo vasetto pareva troppo poco.

Mi piacerebbe esprimere al marmista responsabile di questa diffusione massiccia il mio rincrescimento per quello che fa, magari lo pregherei di smettere prima di trasformare il cimitero in un’orgia di prati e colline in cui vagano le povere anime affacciate sopra i balconcini.

A questo punto molto meglio tombe semplici senza alcuna foto, con il solo nome a ricordare colui che ci è mancato.
Invece no, noi italiani dobbiamo strafare dando prova, anche in questo caso, della nostra attrazione irresistibile per l’esagerazione, che scade nel cattivo gusto.

Terminato l’omaggio ai proprio cari arriva il momento dell’aggiornamento del database comunitario: un bel giro tra le tombe per vedere chi è morto a tua insaputa, e così scoprire tristemente che, ahimè, il numero dei tuoi coetanei inizia ad aumentare di anno in anno.
Se hai anche un accompagnatore ben informato otterrai anche le delucidazioni relative alle circostanze occorse.

Alla fine resta la parte più antica dove troverai finalmente le facce rassicuranti dei morti storici, sobrie nei loro eleganti ovali in bianco e nero.

Mi chiedo se non si possa già parlare di sfruttamento commerciale di questa ricorrenza pensiamo a tutti i prodotti ad essa correlati (tipo i lumini antivento i fiori perenni e le foto à la mode).
Del resto il business c’è e fa capolino dietro i balconcini, nelle gare alla tomba di famiglia più bella curata e fiorita almeno per un mese all’anno.

N.d.A.

Questo blog non è una testata giornalistica e viene aggiornato quando posso; è frutto esclusivo della mia Immaginazione per cui nomi, personaggi luoghi e avvenimenti sono fittizi o usati in modo fittizio.

Se volete citarne i testi, vi chiedo di aggiungere il nome dell’autore o il link al sito; io faccio lo stesso.

Le immagini usate provengono principalmente dal web pertanto laddove violassi qualche diritto d'autore scrivetemi pure nei commenti e risolveremo la cosa.

Buona Lettura!

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