La piramide del caffè di Nicola lecca (2013)

La piramide del caffèE’ il primo libro che leggo di questo scrittore sardo che seguo da un po’.

Incuriosita dai suoi post taglienti e incisivi su twitter mi sono decisa ad andare a vedere la presentazione del suo libro al festival Libri Come a Roma.

Il romanzo è stato presentato da Dacia Maraini che ne ha candidamente svelato il finale dichiarando che, non essendo un libro giallo, la cosa era ininfluente! 😉

Il protagonista è Imi un orfano ungherese di 18 anni che emigra a Londra, la città dei suoi sogni: “Londra era tutto. Un tutto cosmico, una fornace di emozioni che , nella sua mente, si contrapponeva al nulla dell’orfanotrofio.”  

Là trova lavoro in una catena di caffè la “Proper Coffee” che per come viene descritta potrebbe tranquillamente essere Mc Donald, oppure Starbucks: “Nelle nostre caffetterie, il cliente ritrova sempre le stesse torte, identici quadri, croissant, poltrone, panettoncini e perfino le medesime tazze da tè.

Imi è un ragazzo ingenuo, puro: […] “perché mai Lynne e Jordi parlano sempre male della Proper Coffee: una compagnia talmente onesta e generosa da offrire ai propri dipendenti ottimi stipendi e perfino il privilegio di una festa natalizia con tanto di panettone e di spumante gratis per tutti?”  Viene da un luogo dove contano il presente e le piccole gioie quotidiane e l’impatto con Londra è doloroso ma anche fondamentale per la sua crescita.

Cosa mi è piaciuto:

-I brevissimi “lampi di luce descrittivi” di alcuni personaggi

-“Le pillole di saggezza” sulla cultura inglese disseminate quà e là:

L’Inghilterra è un paese che ha costruito il proprio impero sull’abilità della parola e sul non detto.” […] L’onesta può far male. E’ Tagliente. Bisogna imparare a dosarla, a raffinarla.

Imi […] presto dovrà imparare l’arte della diplomazia e diventare come gli inglesi: le uniche persone al mondo capaci di dire la verità mentendo”.

Cosa non mi è piaciuto:

Il romanzo scorre a corrente alternata , ci sono dei lampi di bellezza descrittiva notevoli come quello in cui vengono descritti gli orfani di Landor:

Ed è bene che questa felicità se la godano appieno. “E’ bene che ne facciano scorta, che l’accumulino in una specie di dispensa interiore: un magazzino dell’anima dove poterla conservare al sicuro, per disporne durante gli inverni dell’anima che verranno presto.”

e di converso, sentimenti e storie appena accennate, inserite e poi abbandonate: è come se l’autore saltellasse da una storia all’altra con l’ansia di descrivere persone, eventi, e situazioni senza davvero andare a fondo. Alcuni personaggi vengono introdotti, descritti brevemente e lasciati, al punto che in alcuni casi mi sono chiesta il perché della loro apparizione ai fini della storia.

-l’inserimento di fatti storici realmente accaduti che sembra puro sfoggio gratuito di erudizione; il riferimento ad Oscar Wilde per esempio, sembra esser costruito al solo scopo di voler sfidare il lettore: “Jordi dice che in questa stessa strada hanno arrestato uno scrittore importante perché andava con gli uomini. Ma è successo un sacco di tempo fa e non mi ricordo neanche il nome.”

La cosa che meno mi è piaciuta è che nella nota finale l’autore, oltre a dichiarare che l’opera è di fantasia senta il bisogno di sottolineare: “che le opinioni espresse dai personaggi del romanzo non rappresentano necessariamente quelle dell’autore o dell’editore. […] Anche la Proper Coffee non può trovare alcun riscontro in nessuna catena di caffetterie esistente al mondo.”

E’ stata una sua scelta o imposta dalla casa editrice? In ogni caso sembra un “voler mettere le mani avanti” rispetto a quello che si è scritto facendo perdere forza ad un testo che poteva essere letto anche come una sorta di “denuncia” di certe realtà.

Citazioni preferite:

“I desideri sono ossigeno per il futuro, ma è il presente l’unico istante in cui è possibile essere felice per davvero. Rimpiangere quello che è stato o preoccuparsi di ciò che ancora non è accaduto è faticoso per l’anima la sfinisce. […] Ecco perché hanno imparato ad apprezzare ogni momento , vivendolo a pieno, come se fosse l’unico e il solo della loro esistenza.”

Cappuccino“Il più grande privilegio, in questo mondo gelido e senza speranza, è quello di riuscire a scatenare una scintilla: un’emozione capace di fare battere forte il cuore.”

“La verità spesso è inascoltabile. Si preferisce fuggirla. Riagganciare.”

“La solitudine è temuta dai deboli: perché svela le paure, e mette in luce limiti e difetti della personalità” […] La compagnia è distrazione. La solitudine mai.”

“Improvvisamente la città appare nuda di fronte a lui, stretta lungo un fiume sporco che la taglia in due come una ferita. […] un luogo triste e senza amore, una gabbia arrugginita abitata da persone orfane anche di sé.”

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La grande bellezza di Paolo Sorrentino (2013)

La -grande-bellezza

A distanza di quasi una settimana da quando l’ho visto ancora non saprei dire se l’ultimo film di Paolo Sorrentino mi sia piaciuto o no; di sicuro non mi ha lasciata indifferente.

E come avrebbe potuto con quegli scorci di Roma così perfetti nella loro poeticità? Penso al terrazzo del protagonista con vista Colosseo, ai giochi della suora e dei bimbi nel giardino-labirinto,  ai musei visitati di notte in esclusiva, a Piazza Navona splendida in piena notte perché incredibilmente vuota, e alla psichedelica terrazza dove si tiene la festa di compleanno che apre il film. E che dire della giraffa alle Terme di Caracalla?

Roma è la protagonista assoluta del film insieme al bravissimo Toni Servillo; proprio per questo mi sento di consigliarlo, più che per la storia, che lascia un senso di persistente melanconia addosso.

Non so quale sia la Grande Bellezza da lui cercata: se quella di una città che qualcuno ha deluso la cui bellezza viene assaporata in fuggevoli momenti all’alba e al tramonto; o quella di una vita vissuta da protagonista assoluto dei circoli di amici borghesi e snob per i quali Jep fa’ da collante e confessore, oltre che giudice impietoso.

Il sogno ricorrente, l’unico che sembra appagarlo è il mare di casa, quello dell’infanzia che segnerà il ricongiungimento finale con il sogno. Ramona, interpretata in maniera convincente, da Sabrina Ferilli sembra essere l’unica a rendersi conto di quanto quest’uomo sia immorale e sensibile allo stesso tempo.

Questo film emoziona in maniera sottile e decisa: ci sono varie scene che colpiscono perché surreali e crudeli allo stesso tempo: penso a quella in cui Jep Gambardella descrive le dinamiche dei funerali senza mostrare alcuna emozione, all’incontro con il guru dei 700 euro e a quello con la perfomer dalla testa dura…

La grande bellezza - 2013La scena iniziale della festa di compleanno nella quale Toni Servillo appare in maniera superba tra la musica assordante e il silenzio dei suoi pensieri è perfetta: ecco a voi la vacuità appariscente di un mondo sconosciuto ai più ma proprio per questo affascinante e agognato: “Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire!” dice Jep.

Ma più di tutte mi sono piaciute le sue camminate in giro per la città in perfetta e appagata solitudine.

Cristiani di Allah – Massimo Carlotto

Mi svegliai un attimo prima che il servo bussasse discretamente alla porta della camera. Il sonno era diventato leggero come una piuma in quelle notti di attesa. Con delicatezza aprii la mano per liberare quella di Othmane che spalancò gli occhi allarmato. Gli accarezzai la barba sotto il mento con un gesto rassicurante e lui sbuffò prima di girarsi su un fianco e continuare a dormire

Questo è, Cristiani di Allah, una storia d’amore, colorata di noir.
Ambientata ad Algeri nel 1541 il romanzo racconta il mondo corsaro ed in particolare lo scontro fra quelli cristiani da una parte e quelli musulmani dall’altra.

Non era solo la fame a spingerli, ma il fatto che ad Algeri, a Chercell, a Tunisi e in ogni altra città corsare il destino non era deciso dalla nascita ma dalla fortuna, dal coraggio e dal valore di ognuno.

Lo scontro corsaro è ovviamente solo un pretesto per raccontare la civiltà dell’epoca, i conflitti religiosi (così attuali) e quelli culturali… poi c’è l’amore, la religione e gli intrighi di potere.
La città di Algeri, animata e coloratissima, si prepara a respingere l’attacco del potente Carlo V, -simbolo della cristianità- che vorrebbe prevalere una volta per tutte sul mondo islamico.
Qui si snoda la storia d’amore, delicatamente tratteggiata, tra i due protagonisti.

Lui tedesco, io albanese. Era bastato uno sguardo per capire che a entrambi piacevano gli uomini, ma c’era voluto un intero lungo mese per conoscerci fidarci e avvicinare le nostre bocche per il primo timido bacio. Il nostro amore era troppo amore per passare inosservato alle donne che a centinaia seguivano le truppe, eccitate dagli eccessi della guerra e dal rigore delle parole di Lutero, e saremmo finiti ai ceppi, trafitti dalle picche secondo l’uso del reggimento se non fossimo riusciti a fuggire. Ovvero due mercenari sodomiti erano destinati solo alla morte. […] Amavo Othmane più della mia stessa vita. Se non lo avessi incontrato sarei rimasto tra i lanzichenecchi, un burattino feroce senza dignità. Sarà proprio l’amore per il germanico a condurre la sua vita e l’intera storia.

Quello che più mi ha colpito in questo romanzo è stata proprio il garbo con il quale è descritto questo sentimento.

Ero tentato di chiedergli del turco con cui aveva amoreggiato al bagno, ma tenni a freno la lingua. Era il momento di usarla per le magie dell’amore, non per soddisfare stupide curiosità.

A questa delicatezza si contrappone la forza e la sconsideratezza dei gesti che in suo nome vengono compiuti.

Si era perso in un labirinto di sentimenti e passioni e ora, sempre più confuso non riusciva a orientarsi.

Accanto alle figure dei due protagonisti emergono quelle del reggente di Algeri:

Il Barbarossa aveva scelto l’uomo giusto per la reggenza di Algeri. Quel pastorello sardo rapito durante una scorreria e cresciuto all’ombra del suo padrone, che lo aveva castrato affinché il suo unico scopo nella vita fosse servirlo, era diventato degno del titolo di beylerbey.

Lo affiancano i Giannizzeri sua guardia personale:

erano intoccabili, noti per la loro crudeltà ed assenza di scrupoli. […] agivano alla luce del sole solo in battaglia, altrimenti erano infidi e contorti.

Ricordo poi la figura infida del proprietario della locanda, quella del fedele Ahmed loro servo, di Lucia la straziante cantante veneziana, del medico cerusico Pedro de Choya, quella della futura sposa morta per essere stata ingozzata con polpette di pasta intrise di olio perché le donne in Turchia piacciono

ricoperte di quel bel grasso tremolante che rende bella ogni donna.

Tutti loro insieme alle descrizioni degli arrembaggi, degli xabequeros, delle taverne e della vita del tempo contribuiscono a tratteggiare finemente un’epoca che sebbene sia temporalmente lontana da noi ma non è poi così diversa .
Alla fine Redouane inseguendo il sogno d’amore e di libertà si ritrova imbarcato verso il Nuovo Mondo:

Mi sentii perduto e maledissi il germanico che mi aveva rovinato l’esistenza per la temerarietà di voler assaggiare a tutti i costi un frutto proibito. […] Ogni tanto accarezzo l’elsa della katzbalger, la corta spada appartenuta ad Othmane […] quando sbarcherò mi arrampicherò sulla vetta di una collina, la pianterò a fondo nella terra e potrò finalmente dirgli addio. E poi mi allontanerò senza guardarmi indietro.

Digressione

L’esplosivo piano di Bazil (2009)

Per me, il fatto che il film fosse dello regista de Il favoloso mondo di Amelie, bastava a garantire che mi sarei divertita, è così è stato.

Il film è davvero godibile, Bazil il protagonista è affiancato da una galleria di personaggi particolarissimi ed unici, ognuno con la propria specialità: cominciando dalla mamma affiancata dal capofamiglia, l’inventore pazzo, la bruttina intelligente (che ricorda la Ugly Betty del noto telefilm), il “maniaco” dei modi di dire e quello dei record per finire con la contorsionista circense.

Ed è questo un po’ il filo conduttore dell’intera pellicola.

In una Parigi a volte cupamente notturna, altre smaccatamente “ameliesca” (passatemi il termine), nei colori e nelle atmosfere si snoda la storia di un vero e proprio circo di persone accomunate dall’affetto per Bazil, il sopravvissuto ed il suo desiderio di giustizia.

In maniera quasi comica ma studiata nei minimi dettagli, come può fare solo una mente geniale a suo modo, il protagonista riesce a combattere due colossi degli armamenti parigini.

Il lieto fine è assicurato e non vi erano certamente dubbi in proposito, è infatti il dipanarsi della vicenda il vero catalizzatore della pellicola con una serie di rocambolesche avventure ognuna perfettamente incastrata con l’altra come i meccanismi di un orologio.

Un’ora e mezza davvero piacevole, sicuramente diversa da Il favoloso mondo di Amélie ma non per questo meno particolare nelle scenografie e negli effetti di montaggio. Gli sketch proposti ricordano le scenette comiche del cinema muto e gli stacchi circensi.

Ed è con questo stile scanzonato che un tema “esplosivo” come quello del traffico d’armi diventa leggero come una fiaba con la morale finale.

Il lento niente di Somewhere (2010)

Premiato con il leone d’oro allo scorso festival di Venezia, l’ultimo film di Sofia Coppola è una riuscita rappresentazione della vacuità della vita dell’attore Johnny interpretato da Stephen Dorff che si muove lentamente tra alcol, sesso, pole dance, Wii e piscina.

Si può cercare di intuire il messaggio che la regista vuole trasmettere: la pochezza di quest’uomo e della sua vita esemplificata egregiamente dal ritmo lento delle sequenze, dall’assenza quasi totale di dialoghi, se si esclude quello al volgere della fine tra lui e la ex moglie che in qualche modo da’ un senso all’intera pellicola:

“Mi sento uno schifo, sono meno di niente; non sono neanche una persona.”

-“Perché non vai a fare un po’ di volontariato? Vedrai Johnny passerà…”

Il suo risveglio avverrà quando si ritroverà a trascorrere del tempo insieme alla figlia Cleo (interpretata da Elle Fanning) ed è a quel punto che sembrerà avere la consapevolezza di quello che è. Infatti sarà prima la sua presenza e poi la successiva assenza a fargli realizzare lo squallore della sua vita nel leggendario Chateau Marmont Hotel (meta preferita di molte star di Hollywood); dove raccatta –è proprio il caso di dirlo- incontri di sesso, tra una stanza e l’altra.

La parentesi italiana (Johnny andrà infatti a ritirare il Telegatto) è anch’essa squallida come il resto della sua vita: assistiamo ad una cerimonia compassata nella quale nessuno è interessato minimamente al discorso di ringraziamento che vorrebbe fare, e infatti viene interrotto dalla nostra Valeria Marini che ben si adatta all’atmosfera generale.

Di sicuro la regista ha saputo ben descrivere il lento niente della vita del protagonista che vive in una stanza anonima dove nulla denota una qualche personalità: né l’abbigliamento né tantomeno i suoi discorsi (visto che quasi non parla).

L’unico suo tocco personale è la Ferrari che guida per una sequenza lunghissima in apertura.

Il sentimento che mi è venuto in mente spesso è stato quello di apatia. Perfette a questo proposito la scena nella quale Johnny si intrattiene con due ballerine di pole dance nella sua camera per un tempo che pare infinito e… si addormenta; poi quella in cui cerca una donna, la chiama con un nome che non le appartiene per poi addormentarsi nel bel mezzo del rapporto.

Il cerchio si chiude così come era cominciato: in solitudine, lungo le strade deserte delle campagne californiane su una Ferrari nera.

L’ombra di Cody McFadyen

 

Sono tornata alla mia passione per i thriller e frugando in biblioteca ho trovato questo.

Leggo in quarta di copertina che il sogno di Cody è sempre stato quello di fare lo scrittore e che arrivato a 35 anni, ha capito che, o si decideva a provarci, oppure era meglio lasciar perdere.

Ottima premessa mi dico, magari sarà di buon augurio!

Anche la trama mi intriga: un serial killer psicopatico dice di essere il discendente di Jack Lo Squartatore e manda una lettera di sfida direttamente alla protagonista, Smoky Barrett, agente speciale dell’F.B.I.

La caratterizzazione della protagonista non è male, il personaggio mi ha conquistato per la sua forza ma anche e soprattutto, per la sua fragilità che la rende umana.

<<Vaffanculo, Smoky. Hai un’anima come un diamante>>.

<<E questo che cazzo significa?>> chiesi, esasperata.

Lui mi fissò e disse: <<Significa che la tua anima è bella come un diamante, Smoky. Ma altrettanto fredda e dura.

Il romanzo si legge bene, dall’inizio alla fine, anche se devo ammettere che, data la mia compulsività, nei momenti di maggior suspence ho saltato varie righe per “andare al sodo” e poi tornare indietro una volta soddisfatto il mio impulso… terribile, lo so.

Mi ha incuriosito molto la descrizione di alcuni metodi usati dall’FBI durante gli interrogatori, insieme a citazioni di teorie e studiosi su cui loro si basano (ottimi spunti bibliografici per chi fosse interessato ad approfondire!).

Vista la voracità con cui leggo questo genere di libri e consumo le serie tv ed i film similari mi ha fatto piacere scoprirne di nuove che ancora non conoscevo.

E’ stato molto “intrigante” scendere nell’abisso della malvagità e salire sul treno dell’orrore insieme a Smoky… ciuf ciuf ciuf

“Lo sento in lontananza, ciuf, ciuf, ciuf, fumo calore e ombre.

L’ho incontrato durante il mio primo caso. È difficile parlarne.

Il treno della vita procede sui binari della normalità e della realtà. È il treno sul quale si trova la maggior parte della gente, dalla nascita alla morte. È pieno di risate e lacrime, trionfi e momenti duri.

I suoi passeggeri non sono perfetti, ma fanno del loro meglio.

Il treno buio è diverso.

Corre su binari fatti di ossa e di cose viscide. È il treno su ci viaggiano quelli come Jack Junior. Il suo carburante è la morte, il sesso le grida. È un serpente nero su ruote, che si nutre di sangue. Puoi incontrarlo se salti giù dal treno della vita e corri nei boschi. Puoi corrergli accanto per un po’ e dare un’occhiata al triste carico dei vagoni.

Puoi saltare a bordo e fare un giro attraverso i sussurri e le ossa, fino ad incontrare il capotreno. Lui è il mostro che stai cercando, e ha molte forme. […] Sul treno buio lo vedi com’è veramente, sotto i falsi sorrisi e i vestiti eleganti. Ti trovi a guardare nelle tenebre, e in quel momento se non distogli lo sguardo, capisci.

Questi assassini di cui vado a caccia non sono persone tranquille e sorridenti, dentro. Ogni cellula del loro corpo è un grido senza fine. Borbottano continuamente, sono malvagi e coperti di sangue. […] Le loro anime non camminano, strisciano.

Il treno buio è il luogo della mia mente dove posso togliere la maschera dietro agli assassini. Dove non distolgo lo sguardo, non mi tiro indietro, non cerco pretesti o motivi, ma accetto ciò che vedo.

Ho però un appunto da fare: più o meno all’inizio qualcosa mi ha spinta a pensare: Vuoi vedere che Jack Jr. è lui?

Devo dire però che sono stata brava ad ingannare me stessa cancellando quel pensiero per godermi il resto del libro.

Beh alla fine avevo ragione… un po’ mi è dispiaciuto ma mi rendo conto che diventa sempre più difficile per me rimanere sorpresa visto che amando questo genere ormai ne conosco bene i meccanismi.

Ho anche pensato che magari l’autore avesse messo quel “qualcosa” apposta per instillare quel pensiero nel mio cervello…

Alla fine, come nella migliore tradizione americana, il bene trionfa ma rimane comunque l’amaro in bocca per l’alto prezzo che è stato pagato.

Quasi tutti i mostri sono creati da genitori Frankenstein, che schiacciano la loro anima e poi li mandano nel mondo a fare la stessa cosa ad altri.

Ma questo non fa nessuna differenza, per me, I mostri sono al di là della redenzione, in ogni caso. Il motivo per cui un cane ti morde non ha tanta importanza. Quello che importa è che ha i denti aguzzi.

Questa comprensione è un compagno di strada che non mi lascia mai. I mostri diventano la mia ombra e a volte mi sembra di sentirli ridere alle mie spalle.

<<Come ti ha cambiato questo nel corso del tempo?>> mi chiese il dottor Hillstead. <<Ci sono delle conseguenze emozionali costanti?>>

<<Be’ sì, ovviamente.>> Cercai le parole giuste. <<Non è depressione o cinismo. Non è che che non puoi essere felice. E’…>> Schioccai le dita. <<E’ un cambiamento climatico dell’anima.>> Subito dopo averlo detto feci una smorfia. <<No, queste sono scemenze poetiche.>>

<<Non c’è nulla di scemo nel trovare le parole giuste  per qualcosa>> ribattè lui. <<Si chiama chiarezza. Ora finisci quello che volevi dire.>>

<<Ecco lei sa che il mare determina il clima delle terre vicine.

Ci possono essere cambiamenti improvvisi, ma in genere non durano, perché il mare è grande e non cambia, quindi il clima è costante.>>

Il dottor Hillstead annuì.

<<Ecco, è un po’ una cosa del genere. Tu sei in costante prossimità di qualcosa di enorme, buio e spaventoso, che non va mai via. È sempre lì, ogni minuto di ogni giorno. E questa prossimità influenza il clima della tua anima. Per sempre.>>

Lui mi fissò con occhi tristi. <<E com’è questo clima?>>

<<Piovoso. Ogni tanto c’è una bella giornata di sole, ma in genere è grigio e nuvoloso.>>

N.d.A.

Questo blog non è una testata giornalistica e viene aggiornato quando posso; è frutto esclusivo della mia Immaginazione per cui nomi, personaggi luoghi e avvenimenti sono fittizi o usati in modo fittizio.

Se volete citarne i testi, vi chiedo di aggiungere il nome dell’autore o il link al sito; io faccio lo stesso.

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Buona Lettura!

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