Twitter o Facebook? #1

Me l’ha detto l’uccellino” questo ho pensato tempo fa riguardo a Twitter.

Proprio così, un social media odierno per un uso antico quanto la storia dell’uomo: quello di parlare, spettegolare, chiacchierare.

Il mio primo cauto avvicinamento a Twitter, è stato mosso da curiosità verso uno strumento del quale si parlava, unita allo scetticismo che spesso accompagna qualcosa che non si comprende fino in fondo.

Ricordo ancora la mia reazione quando aprendo la homepage del profilo lessi: cosa stai facendo? Era l’invito a scrivere il mio primo tweet.

Fissavo perplessa la frase, e mi resi conto che non avevo nessuna voglia di condividere quello che stavo facendo con…. chi esattamente? Per caso l’intera popolazione dei twitternauti, che oggi pare sia arrivata a circa 200 milioni di utenti? Non ci pensavo proprio!

Anche l’interfaccia non mi sembrò troppo intuitiva, (e dire che non sono proprio una digiuna di web!

Non riuscivo a capire che contenuti erano quelli che apparivano nella mia home, cosa era l’hashtag#, chi dovevo seguire, insomma pensai di lasciar perdere.

Era però uno di quei momenti nel quale, non so se vi è mai capitato, ovunque leggessi si parlava di Twitter e delle sue grandi potenzialità ed io non riuscivo neanche a capire come funzionava; non potevo arrendermi!

Decisi quindi che, prima di scrivere fesserie, era il caso di capire il suo funzionamento ed il suo linguaggio (#, TT, RT FF ); e poi capire cosa c’era di speciale nel fatto di scrivere tutto quello che mi passava per la mente, per di più condensato in 140 caratteri.

Ho quindi trascorso un po’ di tempo ad osservare quello che si muoveva intorno a me, senza twittare, facendomi suggerire chi seguire e leggendo i trend topic (argomenti sui quali si scrive di più in quel momento, come ho poi scoperto).

Dopo un po’ la folgorante scoperta: era come stare in una piazza virtuale (o se preferite in un mercato cittadino) dove tutti chiacchieravano liberamente, di qualsiasi cosa.

E’ stato definito un flusso di coscienza: c’è chi ti informa su quello che sta mangiando, su dove sta andando, sulle temperature, sui blocchi stradali, su quello che sta per fare, sul suo umore, il tutto in tempo reale.

E’ ipnotizzante guardare i tweet che scorrono sulla tua homepage, sembra di essere seduti al bar ad origliare le conversazioni di chi ti sta intorno, spudoratamente, senza avvertire quel senso di vergogna sottile che di solito si prova nel sapere che non si dovrebbe fare.

E’ una sorta di voyeurismo autorizzato, consapevole, una masturbazione mentale collettiva.

Il top del divertimento l’ho però avuto quando, seduta davanti alla tv a seguire il festival di Sanremo, con un occhio guardavo frammenti di spettacolo e con l’altro seguivo i tweet dei commenti in diretta di coloro che esprimevano i loro giudizi, la maggior parte dei quali senza appello! Mi sono ritrovata a ridere sonoramente con la sensazione di essere circondata da amici con cui discutevo in diretta su ogni dettaglio della trasmissione.

L’hanno capito molto bene vari programmi televisivi che invitano gli utenti a twittare in diretta per poi leggere i pensieri più interessanti durante il programma. Servizio Pubblico, Ballarò e Piazza Pulita, dominano la scena twitteriana italiana nelle giornate di messa in onda.

E infatti l’informazione è un altro dei punti forti di questa piazza virtuale. Qui, chi è interessato, trova notizie essenziali e soprattutto puntuali, spesso più veloci delle note di agenzia!

Ci sono alcuni giornalisti talmente bravi da sintetizzare la notizia in maniera tale da evitare il taglio automatico del link e l’inquietante incertezza dei puntini di sospensione.

Ultimamente dunque mi sono resa conto di quanto sia interessante avere a disposizione questo non-luogo dove incontrare virtualmente persone, con le quali discutere -senza troppe remore- di argomenti comuni e volendo, nel più totale anonimato.

Esprimere la propria opinione ed essere ascoltati/seguiti da persone che non ti conoscono mette l’accento su quello che stai dicendo piuttosto che sul fatto di essere un tuo amico/a come invece accade per Facebook.

Altro punto a favore del cinguettio è la gestione della condivisione dei contenuti: qui non esistono i tag (e quindi le foto scomode postate da chi si fa pochi scrupoli nei tuoi confronti) sei tu a scegliere cosa mostrare.

In questo senso lo trovo un mezzo più rispettoso, una condivisione libera di pensieri e opinioni più che una finestra aperta sulla tua vita. A differenza invece di Facebook nel quale, a volte, si ha come la sensazione di limitare la visibilità da un lato per poi non controllarla davvero dall’altro, vista la mole di contenuti (testi, audio, video, applicazioni e giochi) che vengono immessi regolarmente.

L’uccellino blu mi piace invece per la sua immediatezza, per l’accento posto sui contenuti; inoltre la difficoltà di condensare pensieri interessanti in poche parole è una bella sfida!

I tweet postati devono infatti colpire se si vuole ottenere una qualche popolarità, e quindi un seguito, nel calderone della rete.

E’ chiaro che non tutto quello che circola è interessante o divertente ma, come scrive una twitternauta in un suo post “nel marasma di stupidaggini “twittate”, puoi percentualmente creare un parco di persone molto più intelligenti da seguire rispetto alla media dei tuoi conoscenti su facebook”.

Voi che ne pensate?


Digressione

8 Marzo

Durante l’adolescenza attendevamo con una certa aspettativa questa giornata come un’occasione codificata per trascorrere una serata con le amiche, quelle che vedevi solo a scuola perché magari non erano del tuo paese, e con cui avresti voluto passare più tempo insieme. Era infatti difficile che un genitore negasse l’uscita alla propria figlia proprio in quella occasione!

Nel corso degli anni ho iniziato a maturare un’avversione istintiva per questa ricorrenza, al di là del piacere effimero di ricevere quelle belle mimose colorate, (meglio se raccolte piuttosto che pagate a peso d’oro).

Così ho iniziato a considerarla sempre di più, oltre che un affare di business, una sorta di contentino, un mezzo per addolcirci, perpetrato e dall’universo maschile, e da noi stesse con questo voler festeggiare a tutti i costi sopra le righe scambiandoci auguri reciproci; ma auguri per cosa? Per il fatto di essere donne?

Ma perché devo festeggiare il mio essere donna, forse gli uomini lo fanno? Hanno una giornata a loro dedicata?

E perché provo una sensazione come di concessione fattaci?

Le concessioni normalmente arrivano da chi ti “autorizza” a fare qualcosa, quindi siamo state autorizzate a festeggiarci; forse è un promemoria affinché in questa giornata le donne vengano considerate in maniera diversa?

A questo proposito mi viene in mente che “Solo nel 2011, in base al monitoraggio fatto da E-Il mensile nell’osservatorio Casa dolce Casa, sono 97 le donne uccise da uomini che conoscevano, che hanno amato e di cui si fidavano. I dati pubblicati, in mancanza di ricerche ufficiali, sono estrapolati da notizie di stampa, e ogni settimana confermano la gravità di questa emergenza.”

Non intendo affermare che questa sia l’unica realtà ma mi chiedo perché il sesso a cui appartengo debba essere spesso considerato alla stregua di un oggetto da esibire, mutilare, o annientare.

Dicono che si celebra la giornata dedicata alla donna per ricordare al mondo ciò che abbiamo conquistato e ciò di cui siamo vittime; beh vorrei che, come per gli uomini, non ce ne fosse più bisogno, significherebbe che finalmente abbiamo ottenuto il rispetto che ci spetta, che ci è sempre spettato.



Digressione

#FreeRossella

by Bruno Olivieri

 Ci sono donne straordinarie che non fanno niente per essere notate
con grande cuore donano la propria vita agli altri. 
Manteniamo viva l’attenzione su Rossella Urru, 
i media non lo fanno, facciamolo noi.
(cit. dal blog di Sabina Ancarola)
La Storia*

Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre Rossella Urru ed altri due cooperanti spagnoli (Ainhoa Fernandez de Rincon, dell’Associazione amici del popolo saharawi, e Enric Gonyalons, dell’organizzazione spagnola Mundobat)  sono stati rapiti da uomini armati, arrivati a bordo di diversi pick-up. Originaria della provincia di Oristano, Rossella Urru, 29 anni, e’ rappresentante della ONG Comitato Italiano Sviluppo dei Popoli (Cisp) e lavora da due anni nel campo profughi Saharawi di Rabuni, nel sud ovest dell’Algeria,  coordinando  un progetto finanziato dalla Comunità europea.
Rossella si occupava di rifornimenti alimentari, predisponeva la distribuzione con particolare riguardo alle necessità di donne e bambini. Rossella  Urru  e’ laureata in Cooperazione Internazionale presso la  facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna,  proprio con una tesi sul popolo Saharawi.
Dalla notte del sequestro non si hanno avuto notizie di Rossella Urru fino al mese di dicembre quando un gruppo dissidente dell’Aqmi (Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya ) ha rivendicato il rapimento. Ancora ostaggi.
Grazie a rapporti personali col popolo tuareg da parte del consigliere regionale Claudia Zuncheddu, sappiamo che Rossella è viva e che si  trova in un territorio desertico quasi inaccessibile, crocevia di interessi contrastanti fra governi e movimenti, dove ovviamente assume rilevante importanza l’intreccio delle funzione di mediazione di soggetti diversi. I sequestratori mirano ad un riscatto per acquistare armi necessarie alla loro lotta per l’indipendenza. Il governo algerino, che conosce il territorio desertico a palmi, tuttavia non e’ favorevole alla mediazione con riscatto visto che sarebbe il destinatario di una insurrezione armata da parte del fronte del Polisario armato. In aggiunta il governo francese, spinto da mire neocolonialiste, e’ fortemente interessato alla liberazione forzata dei ragazzi sequestrati, mettendo così a rischio la loro incolumità.
Sono passati 117 giorni dal suo sequestro e rivendichiamo la sua liberazione, il silenzio che la circonda e’ assordante.
Lasciamo ai servizi ed alle ambasciate rispettivi ruoli e rispettiamo il desiderio dei familiari di mantenere basso il profilo sulle trattative tuttavia dobbiamo fare in modo che si parli di questo sequestro per  spingere le nostre amministrazioni, i nostri governi e quanti piu’ Stati possibile ad intraprendere azioni diplomatiche per la liberazione di Rossella.
Forse i suoi sequestratori fanno paura ai diplomatici.
Forse il sequestro e’ capitato in un momento storico in cui tutte le attenzioni dei governi sono rivolte allo spread, ai bund, alle borse, ai mercati ed alle finanze.
Forse e’ capitato proprio quando in Italia si e’ verificato un cambio traumatico di governo e si affronta una crisi economica gravissima.
Ma non si puo’ perdere altro tempo e tutti noi dobbiamo chiedere a gran voce che le autorità competenti rivolgano la massima attenzione al problema della liberazione di Rossella.
Il nostro appello e’ rivolto alle organizzazioni, alle ambasciate, ai mediatori, ai servizi ed ai governi, centrale e regionale, perchè utilizzino tutti i mezzi e tutte le strategie possibili per riportare Rossella a casa quanto prima.
Il fratello di Rossella dice : “le parole cedono di fronte a tanto assurdo, si sgonfiano e sembrano afone . Eppure, in questa vibrante impotenza in cui ci troviamo, sono quel poco che ci è concesso, un nonnulla che tenta di colmare un abisso e una distanza insospettati; che riescono appena a tenerci in piedi, a farci avanzare”.
Parliamo di Rossella fino a diventare afoni anche noi, parliamo di lei e di questo popolo abbandonato nel mondo che lei ha voluto aiutare nonostante i troppi rischi.

* DonneViola

Per informazioni piu’ dettagliate e per le testimonianze di alcuni eventi per la liberazione di Rossella  rimandiamo ai  link di articoli pubblicati nel blog “DonneViola”.

http://donneviola.wordpress.com/2011/12/13/liberate-rossella-urru/
http://donneviola.wordpress.com/2012/02/01/per-fare-rete/
http://donneviola.wordpress.com/2012/01/31/violeta-martin-pedregal-per-rossella-urru-ainhoa-fernandez-de-rincan-e-enric-gonyalons/
http://donneviola.wordpress.com/2012/01/24/vespagiro-per-rossella-urru/

I familiari hanno aperto un blog per raccogliere lettere, documenti, testimonianze o articoli di stampa per mantenere viva l’attenzione sul sequestro:
www.rossellaurru.it.


Queste le due pagine facebook  dedicate alla richiesta di liberazione di Rossella:
https://www.facebook.com/groups/rossellalibera/
https://www.facebook.com/pages/Vogliamo-Rossella-Urru-e-i-colleghi-Spagnoli-liberi-sani-e-salvi/239516446106962

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Altre iniziative e notizie che ho trovato:

29 Febbraio Blogging Dayhttp://sabrinaancarola.blogspot.com/2012/02/appello-tutti-i-blogger.html?spref=fb

Chiediamo ai comuni italiani di appendere uno striscione entro l’8 Marzo: http://www.progettieducativi.com/rossella-cosa-fare

Spazio del Tg3 dedicato a Rossella: http://www.rai.it/dl/tg3/focus/articoli/ContentItem-bce7206e-8c1a-414b-9a5e-84782cfe32c1.html

Iniziative in Rete: http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-1d515e01-f0fb-42db-8914-25898c0c002a.html

Articolo di Marcello Fois: http://www.rossellaurru.it/article-articolo-di-marcello-fois-sardegna24-27-dicembre-2011-95836080.html#fromTwitter

Appello di Geppi Cucciari a Sanremo 2012: http://www.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-4e772c6d-9098-4a66-87f5-027ce3ffd9bb.html

Appello del Popolo Viola: http://violapost.wordpress.com/2012/02/17/siamo-tutti-rossella-urru-diffondete-importante/

Digressione

Cristiani di Allah – Massimo Carlotto

Mi svegliai un attimo prima che il servo bussasse discretamente alla porta della camera. Il sonno era diventato leggero come una piuma in quelle notti di attesa. Con delicatezza aprii la mano per liberare quella di Othmane che spalancò gli occhi allarmato. Gli accarezzai la barba sotto il mento con un gesto rassicurante e lui sbuffò prima di girarsi su un fianco e continuare a dormire

Questo è, Cristiani di Allah, una storia d’amore, colorata di noir.
Ambientata ad Algeri nel 1541 il romanzo racconta il mondo corsaro ed in particolare lo scontro fra quelli cristiani da una parte e quelli musulmani dall’altra.

Non era solo la fame a spingerli, ma il fatto che ad Algeri, a Chercell, a Tunisi e in ogni altra città corsare il destino non era deciso dalla nascita ma dalla fortuna, dal coraggio e dal valore di ognuno.

Lo scontro corsaro è ovviamente solo un pretesto per raccontare la civiltà dell’epoca, i conflitti religiosi (così attuali) e quelli culturali… poi c’è l’amore, la religione e gli intrighi di potere.
La città di Algeri, animata e coloratissima, si prepara a respingere l’attacco del potente Carlo V, -simbolo della cristianità- che vorrebbe prevalere una volta per tutte sul mondo islamico.
Qui si snoda la storia d’amore, delicatamente tratteggiata, tra i due protagonisti.

Lui tedesco, io albanese. Era bastato uno sguardo per capire che a entrambi piacevano gli uomini, ma c’era voluto un intero lungo mese per conoscerci fidarci e avvicinare le nostre bocche per il primo timido bacio. Il nostro amore era troppo amore per passare inosservato alle donne che a centinaia seguivano le truppe, eccitate dagli eccessi della guerra e dal rigore delle parole di Lutero, e saremmo finiti ai ceppi, trafitti dalle picche secondo l’uso del reggimento se non fossimo riusciti a fuggire. Ovvero due mercenari sodomiti erano destinati solo alla morte. […] Amavo Othmane più della mia stessa vita. Se non lo avessi incontrato sarei rimasto tra i lanzichenecchi, un burattino feroce senza dignità. Sarà proprio l’amore per il germanico a condurre la sua vita e l’intera storia.

Quello che più mi ha colpito in questo romanzo è stata proprio il garbo con il quale è descritto questo sentimento.

Ero tentato di chiedergli del turco con cui aveva amoreggiato al bagno, ma tenni a freno la lingua. Era il momento di usarla per le magie dell’amore, non per soddisfare stupide curiosità.

A questa delicatezza si contrappone la forza e la sconsideratezza dei gesti che in suo nome vengono compiuti.

Si era perso in un labirinto di sentimenti e passioni e ora, sempre più confuso non riusciva a orientarsi.

Accanto alle figure dei due protagonisti emergono quelle del reggente di Algeri:

Il Barbarossa aveva scelto l’uomo giusto per la reggenza di Algeri. Quel pastorello sardo rapito durante una scorreria e cresciuto all’ombra del suo padrone, che lo aveva castrato affinché il suo unico scopo nella vita fosse servirlo, era diventato degno del titolo di beylerbey.

Lo affiancano i Giannizzeri sua guardia personale:

erano intoccabili, noti per la loro crudeltà ed assenza di scrupoli. […] agivano alla luce del sole solo in battaglia, altrimenti erano infidi e contorti.

Ricordo poi la figura infida del proprietario della locanda, quella del fedele Ahmed loro servo, di Lucia la straziante cantante veneziana, del medico cerusico Pedro de Choya, quella della futura sposa morta per essere stata ingozzata con polpette di pasta intrise di olio perché le donne in Turchia piacciono

ricoperte di quel bel grasso tremolante che rende bella ogni donna.

Tutti loro insieme alle descrizioni degli arrembaggi, degli xabequeros, delle taverne e della vita del tempo contribuiscono a tratteggiare finemente un’epoca che sebbene sia temporalmente lontana da noi ma non è poi così diversa .
Alla fine Redouane inseguendo il sogno d’amore e di libertà si ritrova imbarcato verso il Nuovo Mondo:

Mi sentii perduto e maledissi il germanico che mi aveva rovinato l’esistenza per la temerarietà di voler assaggiare a tutti i costi un frutto proibito. […] Ogni tanto accarezzo l’elsa della katzbalger, la corta spada appartenuta ad Othmane […] quando sbarcherò mi arrampicherò sulla vetta di una collina, la pianterò a fondo nella terra e potrò finalmente dirgli addio. E poi mi allontanerò senza guardarmi indietro.

Digressione

Guardami negli occhi

Entrai in agenzia insieme a mia sorella, in tarda mattinata.
C’erano un po’ di persone in attesa così ci accomodammo su dei divanetti rossi.
Arrivato il nostro turno ci avvicinammo allo sportello dove un’impiegata di circa venticinque anni era impegnata in una conversazione telefonica.

– Si va bene, dai ci sentiamo dopo.

La giovane riattacca e solleva lo sguardo su di noi per un attimo, prima che un palmare all’ultimo grido inizi a suonare rumorosamente infastidendola.
Ci guarda e continua a stringerlo tra le mani, noi non capiamo se cerca di farlo smettere… Lei vedendo i nostri sguardi perplessi dice: scusate è che ieri mi è caduto nel cesso e ora non vuole fermarsi!

Bonjour finesse! Penso, sebbene io stessa non sia certo figlia della regina Elisabetta.

Alla fine la ragazza si decide a rispondere.

– Ciao Ste’, ah alla fine sei andata, e quindi? Dai racconta…

Nel frattempo alza di nuovo lo sguardo su di noi e fa’ cenno a mia sorella di darle la carta di identità dove ci sono i dati dei quali ha bisogno, io la guarda basita.
Non ci ha rivolto una parola, (se si esclude la frase sul cesso) tantomeno un saluto.

Mentre continua ad ascoltare l’amica all’altro capo del telefono, prende il documento che mia sorella le porge ed inzia a scrivere i dati su un foglio con una scrittura grassoccia, un po’ infantile… e intanto continua:

-Davvero? Non ci credo, stai scherzando…

Intanto squilla il telefono fisso, l’impiegata sbuffa rumorosamente, dice all’amica di aspettare in linea e risponde seccamente:

-Pronto?… Pronto, Prontooo?

Poi riattaca e risolleva la cornetta più volte ripetendo “prontoooo” infine la riappoggia e, rivolgendosi a noi ed all’amica in attesa dice: non era pronto nessuno! E sorride.

Simpatica… penso caustica.
Ritorna a parlare con l’amica:

-… E quindi avete deciso di partire? E dove andate?

Prima che Ste’ possa risponderle viene interrotta nuovamente dallo squillo del telefono fisso. Sbuffa ancora più sonoramente di prima (se mai fosse possibile!) e risponde senza minimamente preoccuparsi della conversazione in corso.

La guardo: telefono all’orecchio sinistro e palmare in quello destro; questo si che si chiama multitasking!

-Pronto! Pronto!

Sta quasi urlando, l’interlocutore deve essere proprio sordo d’orecchi.

-Si, dica…

Rimane in ascolto qualche secondo poi stabilisce:

-Mi può richiamare tra un quarto d’ora? Si, un quarto d’ora.

Certo penso, ora sono troppo occupata a discutere con la mia amica sull’altra linea quindi è giusto che Lei (doveva essere una persona anziana) spenda altri soldi per richiamarmi quando io avrò finito con le mie cose.
E per essere certa di non essere distrubata ancora nell’esercizio del suo “lavoro”, stacca il telefono fisso e continua la sua conversazione al cellulare.
– Quindi, dai raccontami… ah, e cosa le avete regalato? No, no… io sono andata in quel negozio bellissimo, tutta roba firmata, le ho preso un vestito troppo “elegant”, con lo scollo sulla schiena e le frange, sai stile anni 20, e pensa… al 50% di sconto!

E’ proprio fiera e orgogliosa mentre lo dice.

A quel punto le dico a voce alta:

-Davvero? E dov’è esattamente questo negozio? Mi sembra un’ottima idea per mia sorella!

La ragazza alza lo sguardo, mi guarda prima sopresa e poi seccata.

-E quindi?

Con tono arrogante.

-Quindi niente, ho pensato che visto che parla delle sue cose private in un luogo pubblico, davanti a tutti, non c’è niente di male se ascolto la sua conversazione!

-Non penso proprio!

Ora è arrabbiata.

-Allora forse preferisce che la insulti e poi le spacchi la faccia per farle capire che lei è qui per lavorare e non per farsi i cazzi suoi al telefono?

Ritorno bruscamente con i piedi per terra, guardo mia sorella negli occhi con uno sguardo assassino.
Lei fa’ cenno di no con la testa.
La ragazza davanti a noi ha finalmente finito la sua conversazione telefonica e le sta chiedendo:

– Allora quando vuole partire esattamente?
– Il 23 risponde lei, gentile.

E io invece penso a quanto mi sarebbe davvero piaciuto vedere la faccia di quella cafona maleducata mentre le dicevo realmente tutto quello che avevo pensato fino a quel momento, ma alla fine, mi sono detta che certa gente veramente non merita niente, neanche la tua rabbia.

Digressione

Defraudati

Ci hanno rubato tutto: il passato il presente ed il futuro.
Da adolescenti ci vedevamo laureati, con un lavoro appassionante, sposati e con figli… più o meno in quest’ordine.
Siamo arrivati alla laurea.

Di lavori ne abbiamo cambiati diversi ed il resto delle nostre vite è stato un continuo inizio, svolgimento e fine, e poi nuovo inizio svolgimento e fine, come nei libri.

Dopo un’infanzia felice, circondati da famiglie più o meno benestanti che hanno cercato di darci tutto quello che desideravamo -proprio per non farci “patire” quello che avevano sofferto loro- ci siamo ritrovati laureati, in cerca di lavoro e di realizzazione.
Questo accadeva più o meno 10 anni fa.

I favolosi anni ’80 ci hanno cresciuti nella certezza di un futuro roseo dopo gli anni bui del terrorismo, delle contestazioni dure e della lotta. Sono stati gli anni della “quiete dopo la temepsta”.
Il benessere ci sembrava condiviso e collettivo, le libertà ormai raggiunte e la politica lontana e poco interessante.

Degli anni ’90 ricordiamo la tanta televisione (soprattutto quella commerciale che su di noi esercitava un certo appeal), il successo facile, (vedi le varie ninfette, i tronisti, il Grande Fratello etc etc) e la politica sempre più lontana ed incomprensibile.
Ad ogni apparire di politici nei telegiornali il rigetto era quasi automatico: tanto dicevano sempre le stesse cose che comunque non ci interessavano.

Invece ci coinvolgeva la morbosità ed il piacere voyeuristico con cui ci si faceva gli affari degli altri: non più solo negli incontri tra amici ma in pubblico, in televisione e poi nel mondo.
Sono gli anni dei “panni sporchi da lavare in piazza.”
Non ricordiamo grosse cause per cui lottare, ideali o movimenti particolari, però rammentiamo benissimo i fatti di cronaca nera dei quali conoscevamo spesso tutti i particolari più macabri e perversi.
Avevamo una certezza: il futuro ci aspettava, il mondo era nostro!

Da allora ci siamo reinventati continuamente in vari ruoli -più o meno attinenti ai percorsi di studi- e luoghi (Italia, estero, ancora Italia); abbiamo avuto almeno una esperienza nei call center, (imprenscindibile oramai!) e nonostante tutto abbiamo mantenuto la speranza e la convinzione che prima o poi avremmo raggiunto l’obiettivo… fino ad ora.

Oggi ci guardiamo intorno e vediamo che molti nostri coetanei (che magari non si sono laureati) hanno scelto un posto dove vivere e messo su famiglia con annessi e connessi.
Noi siamo nella maggior parte dei casi single o con un quasi marito/moglie, sul filo di un quasi lavoro, in attesa di un quasi domani al quale non crediamo più.

Non ci ricordiamo più cosa sognavamo, molti di noi sono tornati a casa dei genitori (dopo anni di quasi-indipendenza economica) in attesa di riandare via.

Nel frattempo proviamo a studiare ed aggiornarci per capire il presente e recuperare gli anni perduti a cullarci nell’illusione di un futuro che oggi non riusciamo neanche ad immaginare.

Ciò che pensavamo non ci riguardasse è oggi diventato fondamentale: la consapevolezza di quello che ci circonda. E non solo dal punto di vista politico, ma anche ambientale, etico e del lavoro.

Solo qualche anno fa pensavamo che fosse lì, pronto dietro l’angolo; ovviamente facile da ottenere perché avevamo raggiunto il top dell’istruzione: una laurea, magari una o più esperienze all’estero e invece, abbiamo scoperto che non ci vogliono. Di laureati non sanno che farsene: pretendono troppo, non si adattano, se la “tirano” e sono dei piantagrane. Questo pensano e dicono molti datori di lavoro, senza neanche troppi giri di parole.

Intorno a noi non vediamo nulla, non riconosciamo più il mondo, né quello in cui abbiamo vissuto né quello in cui stiamo vivendo. Ci sembra di essere vittime di un grande bluff.

Quelli che si risvegliano da questo subdolo inganno sono oggi le Cassandre del 21° secolo: inascoltate ed incomprese.

Finita l’illusione che ci ha accompagnato fino a ieri, ci siamo destati in un pianeta bistrattato e malato che grida aiuto da ogni dove, in una società corrotta fin nel midollo che ieri ancora avvallavamo pensando che fosse l’unico sistema possibile, fino a quando la società da noi creata e tanto decantata non ci è esplosa in faccia.

Sembriamo non capire che non è più possibile che qualcosa non ci tocchi, che qualcun altro sia responsabile al posto nostro.
L’onda d’urto di ogni gesto, da quello del singolo a quelli delle comunità, si riflette a livello globale con delle conseguenze spesso enormi, che in molti casi ci sono taciute ed in altri non comprendiamo fino in fondo per cui deleghiamo…

Ma la verità è che siamo terrorizzati.
Abbiamo ereditato macerie, sotto ogni punto di vista.
Ci guardiamo intorno e non sappiamo da dove cominciare per curare i danni che sono stati fatti, troppo grandi ed estesi, e noi ci sentiamo un puntino nell’universo che rischia di annullarsi di fronte all’immensità del Male che è stato inflitto e di cui noi ci siamo resi complici più o meno consapevoli.

Digressione

Talco innocente, missili fotonici e capre parlanti


“Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria… se l’assaggi o la respiri ti da’ subito l’allegria!”
cantava Pollon la protagonista del noto cartone animato.
Vi siete mai chiesti cosa significasse questa frase? Io no.
Le mie orecchie hanno sempre ascoltato la canzoncina senza domandarsi cosa fosse quella magica polverina salvo poi scoprire, in età adulta, che probabilmente faceva riferimento alla cocaina…
Cocaina?! Ma come spiegare la presenza di un nesso così esplicito in un prodotto per bambini?
“I cartoni animati sono scritti da adulti che scrivono dal loro punto di vista” mi è stato risposto per spiegare il tutto. Resta il fatto che un bravo autore, a mio parere, deve necessariamente tenere conto di chi è il destinatario del suo prodotto e regolarsi di conseguenza. Che sia allora un espediente escogitato per rendere il processo creativo più divertente, mi sono detta, un modo per evadere dalla solita routine quotidiana inserendo contenuti che, a seconda del bagaglio culturale e dell’età dei destinatari, verranno letti in maniera diversa e… poi vedere di nascosto l’effetto che fa’!
Nel caso di Pollon pare che una volta sopraggiunta la consapevolezza della possibile interpretazione della filastrocca, questa fosse diventata un tormentone tale da rendere impossibile qualsiasi modifica o eliminazione.
Che sia dunque da archiviare come un momento di incoscienza autoriale?
Sono stata forse l’unica bambina al mondo che non ha capito la natura della polverina?
Dal momento che non credo questo mi rimane la perplessità per quello che ritengo essere un brutto tiro giocato a discapito del pubblico dei più piccoli.
Alla luce di queste considerazioni ho passato in rassegna i miei cartoni animati preferiti alla ricerca di esempi simili e mi sono resa conto che in reltà alcuni di essi sarebbero stati maggiormente adatti ad un pubblico disposto dei mezzi per decodificarli.
Penso per esempio alla storia di Georgie innamorata dei due fratelli (in realtà, come poi si scoprirà, lei era stata adottata) nella quale sono state censurate alcune scene di nudo ritenute troppo esplicite e mi chiedo quale fosse il messaggio implicito in questa scelta autoriale anche se probabilmente era solo un espediente per rendere più avvincente la trama. E il pubblico a cui è destinata la storia passa in secondo piano?
Che dire poi di Lady Oscar tutto incentrato sulla complessa personalità della protagonista che essendo stata allevata come un maschio non riesce a gestire il suo essere donna: “[…] il buon padre voleva un maschietto ma, ahimè, sei nata tu; nella culla ha messo un fioretto Lady dal fiocco blu…[…]” cantava la sigla.
Magari oggi Lady Oscar avrebbe scelto di fare un intervento chirurgico per diventare un uomo a tutti gli effetti, ma poi che fine avrebbe fatto la sua storia d’amore con Andrè che contribuirà a farle accettare ed amare la sua parte femminile?
Che senso ha quindi oggi gridare allo scandalo ed invocare la censura quando, in pellicole destinate ad un pubblico adulto, sono presenti scene di sesso esplicito, o pretendere dalla televisione di segnalare tramite i bollini colorati il tenore dei propri film quando poi, coloro che dovrebbero essere maggiormente tutelati, vengono lasciati soli a guardare i cartoni animati proprio perché ritenuti adatti a loro?.
Come spiegare il “trauma infantile” di chi, dopo aver guardato per anni il robot Venus Alfa i cui seni lanciavano missili fotonici, è stato accompagnato per lungo tempo dal pensiero fisso di petti potenzialmente esplosivi al primo tocco? Beh, potremmo archiviare l’episodio come parte di un momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e paragonarlo al superamento dell’altra ben nota paura maschile di diventare ciechi laddove si fosse indugiato in troppo sesso fai da te.
Ma il tanto decantato concetto di tutela dei minori che si erge spesso e volentieri anche quando non serve, non esisteva nei favolosi anni ‘80?
Come è possibile che adulti scrivessero storie destinate ai più piccoli così emancipate?
Quali riscontri può avere oggi un giudizio di merito del tipo: i cartoni di una volta erano migliori di quelli odierni che invece sono violenti, diseducativi e troppo espliciti. Ne siamo proprio sicuri?
Io penso di essere cresciuta invece con cartoni animati per adulti che però decodificavo, visto il mio cervello di bambina, fino ad un certo punto.
Chissà se i loro messaggi latenti sono rimasti nella mia mente pur se non completamente decodificati…
Forse possiamo considerare queste opere un modo per prepararci alla futura vita da adulti.
A questo proposito mi viene in mente un altro protagonista della mia infanzia: Lupin III; ancora ricordo il risentimento che mi nasceva spontaneo ogni volta che lo guardavo. Detestavo la sua faccia da schiaffi, la sua spavalderia e provavo una pena immensa per il povero Ispettor Zenigata che ogni volta vedevo soccombere alle sue astuzie.
Alla fine di ogni episodio mi chiedevo il perché di quell’ingiustizia, e cercavo di capire come mai, quello che io ritenevo il cattivo, aveva sempre la meglio. Ma non erano i buoni e dunque la giustizia a dover trionfare sempre?
Oggi mi rendo conto che forse non avevo compreso il significato profondamente realistico di quella storia, forse Lupin raccontava in maniera lieve quanto la vita fosse ingiusta e come il bene non sempre trionfasse che, oltre al bianco e nero, esistevano anche altre sfumature di colori.
A questo filone di cartoni “preparatori alla vita” sento di accomunare quelli che io definivo depressivi (quelli appartenenti al genere sojo manga) seguiti nella maggior parte dei casi da un pubblico femminile: forse già allora la cultura maschio-centrica ci preparava la nostro futuro ruolo nella società! Ricordo ancora il groppo in gola e le lacrime che puntualmente mi assalivano alla fine di un episodio su due. Sono arrivata a somatizzarli al punto che, al solo udire la sigla, cambiavo canale e optavo per storie di robot e/o supereroi nelle quali a vincere erano sempre i buoni, con buona pace della mia emotività e del mio senso di giustizia.
Mi riferisco ai vari Anna dai capelli rossi, Heidi (con il senno di adesso mi verrebbe da dire che magari lei invece della polverina conosceva l’LSD visto che le sorridevano i monti e le caprette le facevano ciao!); Dolce Remì, Belle e Sebastien ed il più recente Lovely Sara.
Un discorso più approfondito meriterebbe Candy Candy definita “Un autentico drammone stile feuilleton di fine ‘800” ed ancora “la storia della più travagliata eroina dei cartoni degli anni 80”, stiamo parlando di un vero e proprio romanzo animato diviso in 115 episodi. Molti di questi cartoni erano infatti tratti da libri; i loro protagonisti erano orfani con storie tristi alle spalle, vivevano avventure travagliate costellate di lutti, malvagità e terribili peripezie fino al finale che, nella maggior perte dei casi, era consolatorio.
In questo genere è più facile interpretare le scelte autoriali poichè ricordano romanzi che hanno popolato la mia infanzia come Piccole donne, David Copperfield, Le avventure di Oliver Twist, Pollyanna, I ragazzi della via Pal. Qui il realismo ed il pathos emotivo sono tali da portare lo spettatore/lettore all’identificazione con il/la protagonista con lo scopo di prepararlo a quello che dovrebbe essere il loro messaggio ultimo: la vita è dura certo, ma chi la dura la vince.

Digressione

N.d.A.

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